L’inscalfibile corazzata bianconera non esiste più: dopo nove anni di scudetti, numerose coppe nazionali e due finali di Champions, la Juventus ha perso lo scettro di Regina d’Italia. La sconfitta col Benevento è stata l’epilogo definitivo, la Juve non ha più la forza per tentare di restare aggrappata alla lotta scudetto.
È quindi già tempo dei primi bilanci, a prescindere dal finale di stagione ancora da disputare, con una qualificazione Champions ancora in discussione e una finale di Coppa Italia da giocarsi: la mancata vittoria del decimo scudetto consecutivo porta a riflessioni su scelte e strategie dalle radici profonde.
Partiamo con la costruzione della squadra, con Pirlo che ha da sempre richiesto un organico di grande qualità per poter attuare un gioco articolato e si ritrova, paradossalmente, con un centrocampo privo di estro e fantasia, dipendente dall’altalenanza di prestazioni di Arthur, peraltro spesso indisponibile. Ramsey e Rabiot costano 30 milioni di euro lordi a stagione e si beccano 30 altrettanti milioni di insulti dai propri tifosi: molli, apatici e monomarcia, avrebbero dovuto riportare qualità all’universo Juventus, hanno contribuito ad affossarne il valore tecnico. Pirlo ha sin dall’inizio espresso fermamente il desiderio di giocare a 3, con un regista e due mezzali, ma si è trovato costretto a disporre in campo 2 mediani, tarpando così le ali alle (comunque poche) qualità dei propri centrocampisti, destabilizzandone le caratteristiche tattiche (Bentancur in primis, considerato da Allegri “un’ottima mezzala”, ma “non in grado di giocare davanti alla difesa”). L’attacco è dannatamente incompleto: inconcepibile non avere, in un intero organico che ambisce a vincere tutto, una punta fisicamente prestante da inserire nei momenti di difficoltà, per dar più peso all’attacco, creando spazi per i compagni e andando a ricevere i cross dagli esterni, tra le grinfie delle chiuse difese avversarie. In qualsiasi club dell’intero globo terrestre, persino nell’ultima squadra oratoriale al mondo, quando si perde si inserisce una punta in più… la Juventus non può farlo.
Passiamo al capitolo Cristiano Ronaldo, acquistato per innalzare il Club a punto di riferimento nell’immaginario collettivo internazionale, sia per valorizzazione del brand (e sin qui c’è riuscito), sia per raggiungere la tanto agognata Champions League: quando CR7 è stato trascinante, gli è mancata la squadra attorno, quando invece, come quest’anno, le grandi prestazioni di Chiesa e compagni l’avrebbero aiutato, è stato lui a fallire. 35/40 gol a stagione perdono il proprio valore se nelle partite che contano fioccano i 4 in pagella. Concludiamo col tassello più importante, l’allenatore: da quando la Juventus ha scelto di sollevare dall’incarico Allegri, per cercare di percorrere la strada del bel gioco, la squadra ha perso la propria perfezione tattica e non ha neppure iniziato a giocare meglio; lo scudetto sarriano viene vinto, di fatto, per mediocrità e demeriti avversari, al termine di una stagione di attriti, incomprensioni e malumori. Per ricreare una nuova armonia viene scelto Andrea Pirlo, che è benvoluto dalla squadra, ma che non ha mai allenato neppure un squadra di bambini di 7 anni. Se si vuole proseguire col fuoriclasse bresciano bisogna dargli tempo, però bisogna credere fermamente nelle sue competenze e potenzialità, sennò si tratterebbe di tempo drammaticamente buttato.
Le valutazioni da fare sono numerose e complesse, ma adesso c’è una stagione da portare a termine, con dignità e orgoglio: sarebbe incredibile se Andrea Agnelli, che spinge ossessivamente per la Super Champions, si trovasse fuori persino da quella normale.
