Okavango Delta🔹Moremi Game Reserve🔹Savuti Marsh🔹Chobe National Park🔹Victoria Falls
19-30 giugno 2026
Il nostro itinerario ha inizio lambendo le soglie di uno degli ecosistemi più straordinari del pianeta, a Maun, autentica porta d’accesso all’incanto del delta dell’Okavango. Qui, un’escursione in barca di un’ora ci regala i primi sussulti: un ricamo infinito di uccelli in volo, il profilo di un gruppo di ippopotami che affiora dalle acque e un tramonto infuocato che tinge il cielo di assoluto. Ma è l’indomani mattina che ha inizio lo stupore, donandoci piena consapevolezza della bellezza dell’Okavango. A bordo di un aeroplanino ci solleviamo in cielo per abbracciare la visione d’insieme del delta: davanti ai nostri occhi si svela una magia geografica ed emotiva sospesa tra luce e silenzio, dove i canali smeraldini disegnano geometrie impossibili, in un territorio che, senza tale miracolo, sarebbe desertico. Volare sospesi su quella distesa sterminata ci evoca la maestosa e struggente grandezza delle scene di film leggendari come La mia Africa o le pagine dei migliori romanzi, regalandoci immediata consapevolezza di trovarci al cospetto di una natura senza eguali.
Lasciata la prospettiva aerea, intraprendiamo un lungo viaggio terrestre per raggiungere il nostro primo campo, stabilendoci per quattro notti nel superbo Pride of Africa Khwai River View Camp, un’oasi di tende di lusso affacciate direttamente sul fiume, centro d’aggregazione per eccellenza della fauna. In questo angolo remoto del Moremi, la qualità del cibo e del servizio si rivela stupefacente, arricchita da aree comuni impeccabili, un angolo lettura con punti di ricarica e un falò serale attorno al quale stringersi sotto le stelle.
Già durante l’avvicinamento da Maun, la savana ci aveva accolto con sguardi ravvicinati di giraffe e un enorme branco di elefanti, al cui centro si moveva un tenero cucciolo, protetto e attorniato da fratelli, sorelle, zie e dalla madre. La nostra immersione nel delta si fa totale tra antilopi, zebre, bufali, aquile, ghiandaie, elefanti e giraffe, prima di decollare definitivamente il pomeriggio del secondo giorno: grazie alla competenza dei nostri ranger, Mats e Sika, seguiamo le tracce di un leopardo fino a guadare un’enorme pozza d’acqua che supera il livello delle portiere della jeep, costringendoci a sollevare le gambe e a poggiare gli zaini sui sedili. Appena dieci metri oltre il guado, la magia si materializza: una madre leopardo e il suo cucciolo trascorrono con noi un’ora eterna di straordinaria complicità, con il piccolo che, ottenuto il via libera materno, si arrampica in cima a un albero per godersi una preda di impala, leccandosi i baffi con disarmante tenerezza e dolci occhi da peluche.



A seguire, i ranger dimostrano tutta la loro conoscenza, conducendoci nei pressi di una tana di iene nell’orario esatto in cui i cuccioli, protetti dalle madri, escono allo scoperto. Le giornate si susseguono tra un attacco di un elefante maschio, reduce da una sconfitta in un duello, che ci costringe a sfrecciare nella savana per seminarlo, e avvistamenti memorabili, come un ippopotamo che bruca atipicamente in mezzo alla savana aperta lontano dall’acqua (un rarissimo evento che le guide definiscono un five star sighting e che ho il privilegio di scovare per primo, da lontano) e un’intima escursione pomeridiana in mokoro, la barca tradizionale, oggi in fibra di vetro per salvaguardare gli alberi di ebano, scivolando nel silenzio più puro della natura, avvistando due grandi elefanti maschi e modificando la rotta per evitare un gruppo minaccioso di otto ippopotami all’orizzonte.




Le notti al Moremi sono una sinfonia costante e ininterrotta di richiami animali, suggellate da un evento notturno da antologia: la penultima sera al Khwai River View, dopo le 21:30, mentre siamo riuniti attorno al fuoco, lo schianto improvviso di un albero annuncia un’apparizione semidivina. Un elefante mastodontico, le cui zanne splendono al chiaro di luna, emerge dalla vegetazione a non più di quattro metri da noi, sovrastando le cime degli alberi. Poco più tardi, riaccompagnati alla tenda dai ranger, troviamo un altro imponente pachiderma intento a nutrirsi a soli due metri dalla veranda, da cui conserverò gelosamente alcune foglie come ricordo; una volta entrati nella tenda, viviamo un’ora indimenticabile: nel silenzio della notte, i passi pesanti dell’elefante che cammina sulla battigia del fiume replicano l’esatto, cadenzato timing del celebre tirannosauro di Jurassic Park. Un’alternanza di vibrazioni e pause silenziose capaci di evocare un brivido primordiale di pura adrenalina e beatitudine che riecheggerà per sempre dentro di me. L’ultima notte, la torcia del ranger taglia nuovamente il buio rivelando, a venti metri dalle nostre camere, una fila ordinata di sei ippopotami che avanzano solenni nelle acque basse dell’acquitrino, congedandoci da Moremi.
Il viaggio cambia pelle con un lungo trasferimento di un’intera giornata di puro safari, conducendoci nel diametralmente opposto scenario del Savuti, all’interno del Parco Nazionale Chobe. Qui la natura si fa savana pura e brutale, con distese sconfinate di secche radure, un contrasto totale con il cristallino paesaggio del delta. Ad accoglierci su una collinetta leggermente sopraelevata c’è il Pride of Africa Mobile Luxury Camp, immerso nel bel mezzo del nulla, a ore di strada dal più vicino villaggio. Qui le notti, a meno di dieci gradi centigradi, sono avvolte da un silenzio assoluto e surreale, interrotto solo da sporadici ruggiti in lontananza o da improvvisi versi di iene o antilopi. Sotto coperte pesanti, attendiamo la sveglia delle 6:00 (il celebre “knock knock good morning” pronunciato dalle guide) per consumare la colazione e partire per il safari mattutino, seguendo una giornata tipo che prevede il rientro per il pranzo, una breve pausa rigenerante e un nuovo fotosafari pomeridiano, fino all’imbrunire. Lo staff di entrambi i Camp brilla per cortesia, educazione e professionalità, coccolandoci con dettagli affascinanti e lontani dal nostro mondo occidentale, come le docce da campo, caricate al momento con acqua bollente, o i treppiedi con sacche di rete contenenti acqua pulita, posizionati davanti a ogni tenda per rinfrescare il viso e lavare i denti.


In questa terra spietata e magnifica viviamo oltre cinquanta avvistamenti ravvicinati di leoni: branchi, leonesse con i cuccioli e maestosi maschi solitari a pochissimi centimetri dalle jeep, colti mentre dormono, si muovono per cacciare o ci fissano negli occhi, regalandoci brividi d’eterno. Emblematica la spiegazione delle guide sul rispetto che questi predatori nutrono per il territorio umano, muovendosi guardinghi lungo la circonferenza esterna dei camp, senza mai violarne l’intimità.


L’apice d’adrenalina nel Savuti si compie il pomeriggio del secondo giorno, quando una segnalazione radio ci porta ai piedi delle colline rocciose: in mezzo a una dozzina di jeep e decine di sguardi attenti, ho il privilegio assoluto di scovare per primo un enorme leopardo maschio adagiato su una roccia, allertando immediatamente Victor e Mats e, di conseguenza, tutti gli altri ranger presenti. L’emozione tocca il cielo quando il felino si alza e, scendendo dal pendio opposto con grazia magnetica, sfila a un paio di metri dalla nostra jeep, permettendoci di scattare foto memorabili. Le giornate si arricchiscono di ulteriori immagini iconiche, a partire dalle giraffe che si abbeverano divaricando le zampe in posture geometriche, oltre a un ricco campionario di antilopi che include impala, steenbok, bushbuck, tsessebe, waterbuck, un raro roan maschio che sfila la nostra jeep in una spettacolare galoppata nella savana e maestosi kudu maggiori, di cui un grande maschio solitario dalle lunghe corna a spirale, oltre a gnu, babbuini, scimmie e bufali, e allo sguardo magnetico di un gufo nella boscaglia.


L’ultima parte del viaggio ci ricongiunge gradualmente a elementi artificiali lungo il fiume Chobe, dove incontriamo i primi villaggi e la prima strada asfaltata dopo oltre una settimana di sobbalzi e saltelli sterrati. Sul Chobe viviamo una crociera fluviale fenomenale: a pochi metri dalla barca incontriamo coccodrilli e ippopotami nell’acqua bassa, mentre un maestoso elefante maschio attraversa uno dei punti più larghi del fiume usando la proboscide come boccaglio, per poi riemergere sulla sponda opposta e sollevarla verso il cielo in un saluto solenne rivolto al branco di amici e familiari. Un altro enorme maschio cammina sulla battigia a un soffio da noi, regalandoci due minuti indimenticabili di potenza statuaria, prima che il fiume si infuochi nel tramonto più scenografico che abbia mai visto in vita mia, culmine dell’intero viaggio.


Il compimento finale del nostro cammino si manifesta l’ultimo giorno con la visita alle Cascate Vittoria nello Zimbabwe, un’esplosione di vapore e boati dove la natura dimostra tutta la propria potenza e bellezza, battezzandoci da capo a piedi sotto scrosci d’acqua che risalgono dal fondo per innalzarsi verso il cielo e ricadere in forma di arcobaleni sospesi nel vuoto.

Un viaggio trasformativo, totalizzante, vissuto per otto giorni consecutivi in un totale e salvifico isolamento, senza alcuna rete telefonica o connessione internet. Una disconnessione che ci ha ricondotto a ciò che conta davvero: il valore autentico dei rapporti interpersonali, il rispetto incondizionato per la natura, il fare squadra creando legami sinceri, riuniti attorno al fuoco per condividere aneddoti, barzellette e profonde riflessioni. Un viaggio che ci ha ricordato, con forza, quanto tempo prezioso perdiamo quotidianamente in balia di elementi superflui come i social o le piattaforme web, restituendoci l’essenza più meravigliosa dell’essere umani, nell’accezione più pura del termine.

Il mio ringraziamento più profondo va al nostro tour leader Victor e alle nostre straordinarie guide Mats e Sika, la cui commovente cortesia e sconfinata competenza professionale hanno reso questa esperienza senza precedenti; viaggiare in autonomia in questi santuari avrebbe compromesso la profondità del percorso esperienziale, perché solo chi custodisce l’anima e la conoscenza del territorio può dischiuderne i segreti più intimi. Infine, un abbraccio di gratitudine va a tutti i miei compagni di viaggio, per aver condiviso, insieme, un’esperienza di rara autenticità e reciproco arricchimento umano.
Daniele Cancelli, luglio 2026














