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Formula 1 e Ferrarismo

Carlo XVI Re d’Italia

La frase “io c’ero“, tanto semplice quanto straordinaria nel proprio intimo significato, sigilla al meglio l’eterno ricordo che accompagnerà gli oltre centomila italiani presenti all’Autodromo di Monza domenica 1° settembre 2024.
Un tripudio totale, tra picchi di incontrollabile adrenalina e attimi di profonda commozione. L’impresa di Leclerc e della Ferrari ha portato la firma autentica di ciascuno degli spettatori presenti sugli spalti del Tempio della Velocità, senza alcuna esclusione: tutti hanno partecipato attivamente a un trionfo di italianità, un esasperato vento di passione che ha spinto Charles fino alla bandiera a scacchi. Non avevo mai assistito a un tale delirio collettivo. La vittoria del 2019, per quanto grandiosa, non aveva saputo toccare l’apogeo di domenica. Tra Charles e il popolo ferrarista, in questi cinque anni, si è sedimentato un rapporto estremamente sfaccettato, declinato in vittorie grandiose, ma anche in angosce collettive. In quasi sei stagioni, i ferraristi e il loro beniamino hanno condiviso le stesse emozioni, di gara in gara, tra auto dannatamente prive di performance e weekend tormentati da sfortune e fatalità sportive. Oggi Charles è amato nel profondo perché è conosciuto nel profondo.
In questo secondo trionfo, l’empatia tra pilota e pubblico ha toccato apici senza precedenti. Per questo, l’emozione è stata incomparabile. Sulle tribune, donne e uomini di ogni età sono scoppiati in lunghi pianti. Bambini a occhi sognanti continuavano a saltare e a urlare, come se ciò a cui stessero assistendo fosse più grande della loro immaginazione. La corsa sotto al podio, culminata con un Inno di Mameli cantato a squarciagola, rappresenta la miglior cartolina che l’Italia sportiva possa donare al mondo intero. Eccellenza, passione, bellezza.
Un senso d’appartenenza inavvicinabile, una seconda pelle per decine di milioni di persone, uniti sotto un’unica bandiera.
Grazie Charles, Grazie Ferrari.

Photo: Eurosport Italia

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Calcio

La Juve torna ad essere JUVENTUS

Due lunghi anni di difficoltà, ostacoli e mediocrità: una società confusa e disorientata, la SuperLega, il caso Suarez, Ronaldo che scappa all’improvviso e quasi gratis, le accuse sulle plusvalenze, risultati deprimenti, grigi e senza bagliori. Le ultime due stagioni della Juventus sono state un susseguirsi di scivoloni, come squadra e come club.

Era necessario invertire il trend, risollevare lo sguardo da una pozzanghera di mediocrità, per guardare lontano verso nuovi orizzonti oceanici. I cicli si chiudono, l’importante è fare di tutto per riaprirli. Il nuovo progetto estivo della società è chiaro: creare un gruppo di giovani talenti, di prospettiva, assemblati tra loro da senatori storici e un allenatore di grande esperienza, quell’Allegri cacciato con arroganza, per poi essere umilmente richiamato e idolatrato. Si è ricominciato a costruire, passo dopo passo.

Serviva però un colpo a effetto, un acquisto che desse un senso a tutto il resto, un giocatore che riaccendesse gli entusiasmi e desse un segnale alle rivali, un’operazione rumorosa, che urlasse: “Siamo tornati”. Il nuovo numero 7 della Juventus è Dusan Vlahovic, il perfetto identikit dell’investimento intelligente, acquisto di assoluta logica tecnico-economica, per non rischiare di restare fuori dalla Champions. CR7 era un progetto di respiro corto, DV7 rappresenta una prospettiva immediata, ma lontana, duratura, speciale. Dusan è tra i primi 3 giovani attaccanti al mondo, un 2000 di una completezza disarmante, che regala alla Juventus quei gol che servivano come il pane.

Vlahovic ha mille frecce al proprio arco, segna in ogni modo: progressione in campo aperto, tiro a giro, gol d’istinto, in acrobazia, su rigore e punizione, ha senso della porta e colpo di testa, un vero padrone dell’area di rigore. Dusan possiede uno stile di calciare fuori dal comune, impatta la palla sia in modo netto, secco, pulito ed esplosivo, sia morbido e delizioso; a tutto questo abbina una sana presunzione agonistica, necessaria per ambire al meglio.

La società Juventus ha avuto la forza di accantonare ogni trattativa sui rinnovi di contratto dei propri tesserati per dedicarsi al grande colpo invernale; ora Dusan determinerà tutta la fisionomia tattica della squadra e sarà il fattore che decreterà le scelte societarie contrattuali stesse, nodo-Dybala in primis.

La Juve torna ad essere quella società dallo strapotere di scelta sul mercato che conosciamo, quel club che ogni giocatore vuole raggiungere, a tal punto da rifiutare a priori qualsiasi altra offerta. Ora bisogna cominciare a scrivere nuovi vincenti capitoli a tinte bianconere, perché la Juve è tornata ad essere JUVENTUS.

Ph: http://www.Juventus.com

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Automotive e motorsport

Grazie Vale

Ciao Vale,
Grazie per tutto ciò che ci hai dato, per le incalcolabili emozioni che abbiamo provato, per i pianti, le esultanze, i deliri, le frustrazioni e le commozioni.

Il tuo modo di essere genuinamente te stesso ha spalancato una breccia nei nostri cuori, grazie alla tua leggerezza fatta di sorrisi, sarcasmo e amore per lo sport che rappresenta la tua vita e, di conseguenza, parte delle nostre. Hai avvicinato al Motomondiale intere generazioni di nuovi appassionati, rendendolo uno sport completamente diverso; hai saputo plasmarlo e rivoluzionarlo con una potenza trasformativa senza precedenti, cambiandone concretamente dogmi e sfumature. Sei stato il modello di guida per migliaia di piloti e la fonte di ispirazione per milioni di persone.

Temevamo che, dopo anni difficili, il tuo Addio potesse essere meno trionfale, ma quella magia non si è mai spenta, neppure un istante… siamo restati abbagliati come non mai nel salutarti l’ultima volta.
Da domani, per te e per noi, sarà dura; siamo cresciuti con te come pietra miliare dei nostri weekend, a tal punto da invocare il tuo nome per appellarci all’intera Moto Gp: “a che ora c’è Valentino?”, “accendi la TV che c’è Vale”, “oggi pomeriggio c’è Vale, non ci sono per nessuno!”.

Non sei semplicemente stato un simbolo del motociclismo… sei il motociclismo, come Michael Jordan significa basket, Roger Federer significa tennis, Muhammad Alì significa boxe, Ferrari significa Formula 1.

Il bambino che c’è in ciascuno di noi perde una parte di sé; si chiude un’era, un’epoca, un capitolo delle nostre vite, perché, per gli appassionati di ogni angolo del mondo, sei stato il faro di una vita.
Non smetteremo mai di ringraziarti,

Grazie Vale…

Ph: Getty Images

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Vita, pensieri e riflessioni

Sean Connery: l’omaggio al mio Mito, a un anno dalla scomparsa

Sean Connery ci ha lasciato. La leggenda del cinema, il James Bond per antonomasia, uomo inimitabile, si è spento all’età di 90 anni, dopo una lunga malattia. Un personaggio semplicemente ineguagliabile per charme, ironia, classe, portamento. Indimenticabile in innumerevoli ruoli cinematografici, con interpretazioni uniche.

Sean, da ragazzo, ha dovuto sporcarsi le mani come pochi altri, svolgendo lavori profondamente umili per cercare di impugnare il proprio destino e il proprio futuro, dando forma ai propri sogni, sino alla telefonata che diede inizio alla carriera Hollywoodiana.
Sean era capace di riflettere sul grande schermo ciò che era nella vita privata: uomo dalla personalità gigantesca, dal carattere abbagliante, capace di entusiasmare intere folle di ogni generazione, ammaliate di fronte alla grandezza della sua anima.
Un uomo di un tale carisma da andare a ridefinire profondamente la figura di James Bond, ben più seriosa nei romanzi di Ian Fleming, grazie ai suoi atteggiamenti di assoluta brillantezza, disinvoltura e umorismo, che hanno reso 007 un personaggio cinematografico trasversale, entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo di ciascuno di noi. Oltre al ruolo dell’iconica spia inglese, ricordiamo interpretazioni capolavoro in film come “The Rock”, “Il Nome della Rosa”, “Scoprendo Forrester”, “Mato grosso”, “Sol Levante” e “Gli Intoccabili”, che gli valse l’Oscar come miglior attore non protagonista.

Sono cresciuto, sin da bimbo, guardando con occhi incantati tutti i suoi film, imparandone a memoria le battute, carpendone gesti, atteggiamenti, modi di porsi; ho passato ogni anno della mia vita ammirandolo incondizionatamente, volendogli bene come se fosse un concreto affetto personale della mia esistenza, sognando utopisticamente di essere come lui.
Il più grande pregio di Sean credo fosse proprio questo: tracciare negli occhi e nelle anime di chi lo osservava una tale ammirazione da influenzarne il modo di comportarsi, di apparire, di essere.
Sean Connery ha significato tantissimo nella mia vita, determinando parte di ciò che sono.

Non ti dimenticheremo mai Sean, grazie di tutto.

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Formula 1 e Ferrarismo

Charles Leclerc e Gilles Villeneuve, l’emozione oltre il risultato

Posso raccontarvi, con infantile entusiasmo e un pizzico di orgoglio, che iniziai a seguire ossessivamente Leclerc sin dall’esordio in GP3 nel 2016: lessi sui giornali di un ragazzino monegasco della Ferrari Driver Academy che avrebbe fatto parte del campionato dell’attuale Formula 3.

In queste 6 stagioni non mi sono mai perso neppure una sua gara, tra live e registrazioni, né nelle categorie minori, dove vinse dominando entrambi i campionati, né tantomeno in Formula 1, tra Alfa Romeo e Ferrari. Restai subito rapito dal suo rendimento costante, di disarmante maturità e intelligenza, abbinato a una selvaggia spettacolarità, con cui incantava gli occhi dei telespettatori: dominante su ogni pista, capace di manovre impensabili, sorpassi mozzafiato e feroci duelli corpo a corpo. Accendevo il televisore solo per guardarlo e supportarlo, con l’assoluta certezza che un fenomeno di tale caratura non solo avrebbe fatto strada, ma sarebbe arrivato in Ferrari entro 3 anni.

Charles mi ha trasmesso, sin dall’inizio, un’energia speciale, capace di riportare alla mente racconti, immagini e aneddoti di un automobilismo d’altri tempi, fatto di solo istinto, guida, talento e percezioni innate. Quelle stesse percezioni ed emozioni che leggo negli occhi di tutti quegli appassionati e tifosi, di generazioni ben distanti dalla mia, con cui mi soffermo a fare due chiacchiere in tribuna a Monza o a Montecarlo, ogni anno. Mi ha sempre stupito come la figura di Gilles Villeneuve sia sempre e comunque al primo posto nei cuori di ciascuno di loro: quando si parla di Gilles, il loro tono di voce si veste di entusiasmo e commozione, gli occhi si fanno umidi, gli sguardi si accendono. Pazzesco che cosa abbia determinato nel popolo ferrarista un pilota che ha vinto solo 6 gare in carriera senza aggiudicarsi alcuna Corona iridata.

Charles Leclerc è in grado di determinare, a distanza di 40 anni dall’epoca di Gilles, tutto questo: l’emozione capace di andare oltre al risultato, entusiasmando interi autodromi e fedi sportive, elettrizzati da tonnellate di adrenalina. Mi sono consapevolizzato definitivamente sul binomio Charles-Gilles assistendo dal vivo all’apoteosi monzese del 2019, ma la gara capolavoro di Silverstone di settimana scorsa è stata la pennellata finale di un quadro fatto di pura emozione, un quadro firmato Charles Leclerc e Gilles Villeneuve.

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Calcio

Dalla pandemia al trionfo: resurrezione Nazionale

Il trionfo dell’Italia di Mancini è il trionfo di tutti noi italiani, aggrappati con le unghie agli ultimi diciotto mesi della nostra vita, nella speranza di ricominciare a gioire e ad abbracciarci. Tutto sta in quei Tricolori che hanno colorato capillarmente piazze, strade e balconi di ogni angolo d’Italia, quei Tricolori che prima significavano “ce la faremo” e oggi significano “ce l’abbiamo fatta”. 

Le lacrime di strazio si sono tramutate in lacrime di commozione: un intero Paese travolto da una gioia incontenibile, capace di riassaporare una celestiale nuova leggerezza, un raggio di sole che scalda i nostri cuori. Roberto Mancini ha compiuto una vera e propria missione sociale, determinando, con la propria impresa, non solo uno storico risultato sportivo, ma un commovente effetto popolare, riuscendo a ridonarci emozioni che ricordavamo, impolverate, in lontani cassetti della memoria. 

Come la storia recente della nostra Nazione, anche la Nazionale ha toccato il fondo per poi rialzarsi, passando dall’inferno al paradiso, al termine di un percorso straordinario, grazie al proprio commissario tecnico, l’unico visionario a credere in una resurrezione. Roberto ha rifondato la Nazionale sapendo cercare e trovare il talento, perché l’Italia, del talento, ne è da sempre la casa madre: popolo di artisti, pittori, scultori, inventori, navigatori, poeti, fuoriclasse nel creare, ideare, scoprire, cucinare, impugnare una matita o calciare un pallone.

Le conseguenze del lavoro di Mancini sono state immediate, con tre anni di gioco spumeggiante e una valorizzazione pazzesca del materiale umano a propria disposizione, attraverso un gruppo plasmato passo dopo passo, fatto di ragazzi straordinari, senza primedonne, campioni assoluti o fuoriclasse… ha vinto il gruppo, una famiglia di 26 amici che rappresentano un Paese intero. Siamo diventati campioni d’Europa dimostrando di essere i migliori, per coesione, per qualità di palleggio, per coraggio, tenacia e perfezione tattica.

La Nazionale è stata capace di mutare l’umore collettivo di ciascuno di noi: siamo passati da strade deserte e città fantasma ad un’apoteosi di gioia che ha abbracciato l’intero Stivale. Abbiamo affrontato una pandemia senza precedenti, un incubo lungo un anno e mezzo, sigillati in casa tra angosce, necrologi, preghiere e sirene di ambulanze. Siamo stati capaci di lottare e rialzarci, con le lacrime che ci scorrevano sui volti, ma con cuori battenti di orgoglio e dignità. Noi italiani non molliamo mai, uniti e compatti, coi piedi per terra ma sempre a testa alta, con lo sguardo rivolto al futuro, tra speranze e ambizioni.

Questa vittoria è per tutti gli italiani che hanno sofferto, è per chi non ce l’ha fatta, per coloro che ci hanno salvato, lavorando senza sosta, stremati, negli ospedali, assistendo al peggio. Ora affrontiamo il futuro con ottimismo e consapevolezza, ma non dimentichiamo tutto ciò che abbiamo passato, imparato e interiorizzato. 

Grazie Italia, Grazie Italiani.

ph: Sportmediaset

Trovi l’articolo anche nella sezione BGY di http://www.bergamonews.it al seguente link: https://www.bergamonews.it/2021/07/12/italia-in-trionfo-a-euro-2020-la-vittoria-del-gruppo-di-una-famiglia-di-26-amici/453379/

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Vita, pensieri e riflessioni

La vita è adesso: riscopriamo la felicità con l’estate dopo la pandemia

Dopo mesi laceranti è arrivato il momento di assaporare di nuovo ciò che di meraviglioso la vita ci offre ogni giorno, facendo sì che l’estate ci entri nei polmoni e nei cuori, vivendo queste settimane come una sublime liberazione da tutto quello che abbiamo patito, subìto, sofferto, vissuto.

L’estate è un sentimento, un’emozione che percepiamo sulla pelle, che ci dona giornate più lunghe, più ricche, più coinvolgenti. È la stagione degli aperitivi in riva al mare, delle camicie di lino sventolanti, degli amici riscoperti; stagione di gelati che si sciolgono al sole, di bagni a mezzanotte, di panorami mozzafiato da vette e scogliere; è la stagione in cui si viaggia con treni, aerei, auto, biciclette e fantasia; stagione di innamoramenti, di primi baci, di salsedine sul viso, di passeggiate di prima mattina verso montagne così alte da abbracciare il cielo; di radio accese a tutto volume, di cuori bagnati di lacrime per una storia che sarebbe dovuta finire in modo diverso.

Non importa quanto tempo ci concedano lavoro, impegni e studio, facciamo sì che quel tempo sia valorizzato, goduto, vissuto davvero. Non facciamoci prosciugare di energie e serenità da ciò che colora di grigio le nostre giornate. Viviamo questa stagione con la consapevolezza che sarà unica nel suo genere, perché alzarsi da terra, anche di solo qualche centimetro, dopo aver toccato il fondo, è una sensazione meravigliosa. Facciamo sì che sia un’estate indimenticabile, perché oggi, come non mai, “La vita è adesso”.

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Vita, pensieri e riflessioni

Auguri Claudio, patrimonio dell’emotività collettiva

Tanti Auguri Claudio! Compie 70 anni un vero e proprio patrimonio dell’emotività collettiva: cantautore, artista, uomo che ha sprigionato, dai propri pensieri, testi, note e composizioni, una luce unica, capace di irradiare tre generazioni. Baglioni ha cantato la propria vita, entrando nelle vite degli altri; ha saputo creare immagini, storie e panorami di una potenza evocativa unica, capace di insidiarsi nel profondo di cuori e menti, lasciando il proprio marchio nella cultura popolare del nostro Paese.

Con un timbro vocale semplicemente inconfondibile, Claudio Baglioni ha tracciato una carriera costellata di successi straordinari, a suon di record assoluti (1985, “La vita è adesso“, 4,5 milioni di copie vendute in Italia, 27 settimane consecutive primo in classifica; 1998, Stadio Olimpico di Roma, 90mila persone in un solo stadio; Capodanno 2000, 300mila persone a Piazza San Pietro; oltre 60 milioni di dischi complessivi venduti nel nostro Paese, più di 2mila concerti).

Tuttavia, il valore artistico e umano di Claudio non si misura dai record raggiunti, ma dalle emozioni che ha saputo generare: ha raccontato slanci, sofferenze, sentimenti, amori, amicizie, illusioni e disillusioni, in modo tanto reale e pragmatico quanto magico e sognante, sapendo toccare in noi corde uniche, nascoste, intime; Baglioni ha creato e propagato un linguaggio universale capace di colpire, con meravigliosa precisione, le coscienze di chi lo ascoltasse.

Dagli Anni Settanta ad oggi, l’Italia ha attraversato 50 anni di mode e rivoluzioni culturali: le canzoni di Claudio Baglioni ci sono sempre state… Un fil rouge fatto di pietre miliari, capaci di vincere il tempo.

Le parole di Claudio volano tra le ore delle nostre giornate, ci tornano in mente quando ci troviamo di fronte a una decisione da prendere, proviamo un’emozione nuova, compiamo un gesto di altruismo, guardiamo negli occhi chi amiamo, ci innamoriamo, consoliamo un amico o abbiamo il cuore stanco per delusioni, tormenti e malinconie.

Chi ascolta Baglioni, quando prova un’emozione, sensazione o suggestione, la vive in modo più totale, la interpreta in modo più profondo, la percepisce in modo più travolgente, poiché, dell’amore e della vita, conosce più sfaccettature, colori e profumi. Noi, decine di milioni di fan in giro per il mondo, non smetteremo mai di ringraziare Claudio per tutto ciò che ha saputo trasmetterci: ciascuna nostra avventura e disavventura emozionale ha Claudio Baglioni come sfondo e sottofondo… Una colonna sonora che accompagna, inesorabile, le sceneggiature delle nostre vite.

Tanti auguri Claudio e, ancora, grazie, perché come pochi altri affetti speciali della mia vita, mi hai insegnato ad amare e vivere.


Trovi l’articolo anche sulla pagina ufficiale http://www.doremifasol.org al seguente link: https://www.doremifasol.org/news/2021/05/20/claudio-baglioni-patrimonio-dellemotivita-collettiva/

E in molti altri siti nazionali

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Calcio Calcio mondiale

Super League, l’assassinio del romanticismo calcistico

18 aprile 2021. Una data che segna un cambiamento epocale nella storia dello sport. La nascita della Super League spacca il calcio in due realtà: l’élite e i proletari; coloro che vivono di soldi e coloro che vivono di sogni.

Il Covid ha lacerato il mondo con cicatrici profonde; ciascuna istituzione sportiva sta operando per venire incontro alle difficoltà dei club più piccoli, poiché feriti maggiormente. Che cosa avviene, invece, nel mondo del calcio? Nasce una competizione senza precedenti in cui i potenti, i ricchi, i fortunati si affrontano tra di loro al fine di guadagnare sempre di più, spartendosi ricchezze mortificanti nei confronti di coloro che non vi possono partecipare.

Ciascuno dei 12 club fondatori, solo presenziando, si aggiudica 490 milioni di euro: un escamotage tanto geniale quanto antisportivo per autogenerarsi denaro. Un torneo con due gironi da 10 squadre (con 5 posti vacanti, da assegnare ogni anno sulla base dei risultati stagionali), che si affrontano in 18 turni iniziali, tra andata e ritorno, attraverso partite infrasettimanali tra una giornata di campionato nazionale e l’altra. Club che, dalla competizione, non possono uscire: partecipano e incassano inesorabilmente, a prescindere da successi e insuccessi acquisiti sul campo. Dov’è la meritocrazia? Il sudore che determina un risultato sportivo? L’impresa guadagnata coi sacrifici, con la pianificazione intelligente, con l’unità di intenti, l’estro, la genialità? La forbice tra i team partecipanti e i club estromessi si allarga a dismisura: centinaia di splendide realtà sparse per l’Europa, che nonostante le difficoltà, passo dopo passo, cercavano ogni anno di colmare il gap con l’élite del calcio, si ritrovano inermi di fronte a una nuova prospettiva che divide, allontana, discrimina. Club come l’Atalanta, la Roma, il Napoli, l’Everton, il Siviglia e il Valencia, che hanno fatto di tutto per raggiungere le potenti rivali di sempre, si ritrovano oggi indifesi e disarmati di fronte a una realtà che li vede allontanarsi anni luce.

I campionati nazionali, i veri habitat naturali del sentimento popolare, perderanno valore e prestigio: ci ritroveremo costretti a vedere in campo, ogni domenica, le seconde linee di ciascuna squadra, poiché i big dovranno preservarsi per le imminenti partite infrasettimanali della nuova Superlega; che cosa interesserà loro dei campionati, che generano in tasca due spiccioli e che non determinano neppure la loro futura presenza nella competizione internazionale, considerando che in ogni caso partecipano per diritto acquisito? Oltre a ciò, non si avrà più spazio per far disputare in settimana turni di campionato e coppe e sarà ancor più complesso ritagliare spazio per i match della Nazionale.

Sottolineo, inoltre, come la scelta dei club partecipanti sia dettata dall’attuale patrimonio economico, più che dal prestigio storico: club estromessi come l’Ajax hanno un palmares e una tradizione neppure paragonabile a società come il Manchester City, ad alti livelli da praticamente un decennio, solo dopo l’acquisizione dello sceicco Mansur.

Il congelamento delle squadre iscritte, peraltro, porterà ogni anno a vedere affrontare, tra di loro, gli stessi club: Real Madrid-Liverpool è una partita sublime per l’unicità della partita stessa, la straordinarietà dell’evento non può e non deve diventare routine; se l’avvenimento straordinario diventa ordinario perde completamente fascino e significato, come, del resto, ogni tassello esperienziale delle nostre vite.

Ciò che alimenta il calcio è il sogno, l’illusione, la speranza che qualcosa di impossibile diventi possibile, che l’impronosticabile si possa materializzare; una magica illusione che, seppur spesso utopistica, crea in ciascun appassionato un’adrenalina di cui non si può fare fare a meno. È il motivo per cui, tutti, abbiamo ammirato a occhi sognanti l’Atalanta in Champions League o il Leicester campione d’Inghilterra.

Il sistema calcio era già profondamente malato, per monte ingaggi abominevoli, incassi squilibrati da diritti televisivi, tonnellate di debiti per cui si è sempre chiuso un occhio, casi di calcioscommesse, doping e corruzione; oggi, però, quel sistema già malato è morto, ucciso da un assassino chiamato Super League, creato dai potenti.

Trovi l’articolo anche nella sezione BGY di http://www.bergamonews.it al seguente link: https://www.bergamonews.it/2021/04/20/super-league-lassassinio-del-romanticismo-calcistico/435391/

Foto: mancitysquare.com

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Formula 1 e Ferrarismo

Lewis Hamilton e Fernando Alonso, la solitudine dei numeri uno

Fuoriclasse unici nel loro genere, due cavalieri dell’asfalto tanto fenomenali quanto diversi, che con le proprie gesta hanno tracciato strade sempre più distanti tra loro, per due carriere che sono giunte ormai agli ultimi capitoli.

Oggi, Hamilton scende in pista per cercare di aggiudicarsi l’ottavo titolo mondiale, Alonso lotta come un leone per una quindicesima posizione: due storie diametralmente opposte, con un principio comune, da compagni di squadra. Dopo il titolo mondiale-suicidio del 2007, Lewis e Fernando hanno intrapreso percorsi profondamente opposti, accomunati dallo sconfinato talento e passione. È giunto il momento, a 14 stagioni da Interlagos 2007, di pesare il fascino di queste due leggende scritte da autori sublimi, non considerando il solo palmares, ma il numero di emozioni che hanno saputo generare.

Il freddo confronto in numeri sarebbe impietoso: Lewis è il pilota più vincente nella storia della Formula 1, con 96 vittorie, 98 pole position e 7 Corone iridate, come Michael Schumacher; la domanda che tutti prima o poi si sono posti è scontata e semplice: Hamilton vale 5 titoli mondiali più di Alonso? Neppure la mamma di Lewis risponderebbe sì. Campione unico, esaltante come pochi, capace di sorpassi mozzafiato e rimonte impronosticabili, Fernando è tra i più grandi di tutti i tempi per talento e temperamento. Dal giorno in cui Senna ha raggiunto il Cielo, nessun pilota ha saputo, nel corpo a corpo, far esaltare gli appassionati come Alonso: un inimitabile animale da gara.

La grandezza di Lewis, invece, sta nell’aver rasentato la perfezione innumerevoli volte, sfoggiando qualità da semidivinità, come baciato dal cielo: gare leggendarie, capolavori strategici, miracoli su piste allagate e giri da qualifica, appunto, alla Ayrton Senna. Ciò che rende Alonso e Hamilton così diversi è quindi rappresentato dalle decisioni: ciò che scegli è ciò che diventi. L’incapacità decisionale di Fernando l’ha indotto a rifiutare sedili presto dominanti (Red Bull prima dell’era Vetteliana) o accettare offerte rivelatesi posteriormente umilianti (le ultime 4 stagioni in McLaren), il tutto condito dalla straordinaria e al tempo stesso struggente esperienza in Rosso. Mentre Alonso era in preda a tormenti e frustrazioni, Hamilton elevava se stesso a un livello superiore: dopo la cocente delusione del mondiale 2016, Lewis è diventato un pilota nuovo, di una costanza e impeccabilità fuori dal comune… dal 2017 in poi, Lewis è risultato imbattibile, a discapito, soprattutto, di un Sebastian Vettel incapace di reggere la sfida, nonostante Ferrari iper competitive tra le proprie mani.

Oggi abbiamo il privilegio di riaverli entrambi in pista, per una stagione che si preannuncia spettacolare per svariati motivi, ma la magica speranza è che il Cielo e la rivoluzione regolamentaria ci regali nuovamente, nel 2022, selvaggi duelli tra Lewis e Fernando, gli eroi del vento.

 

Foto: Eurosport.it

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Calcio

Juve, fotografia di un treno deragliato dopo 10 anni di viaggio

L’inscalfibile corazzata bianconera non esiste più: dopo nove anni di scudetti, numerose coppe nazionali e due finali di Champions, la Juventus ha perso lo scettro di Regina d’Italia. La sconfitta col Benevento è stata l’epilogo definitivo, la Juve non ha più la forza per tentare di restare aggrappata alla lotta scudetto.
È quindi già tempo dei primi bilanci, a prescindere dal finale di stagione ancora da disputare, con una qualificazione Champions ancora in discussione e una finale di Coppa Italia da giocarsi: la mancata vittoria del decimo scudetto consecutivo porta a riflessioni su scelte e strategie dalle radici profonde.

Partiamo con la costruzione della squadra, con Pirlo che ha da sempre richiesto un organico di grande qualità per poter attuare un gioco articolato e si ritrova, paradossalmente, con un centrocampo privo di estro e fantasia, dipendente dall’altalenanza di prestazioni di Arthur, peraltro spesso indisponibile. Ramsey e Rabiot costano 30 milioni di euro lordi a stagione e si beccano 30 altrettanti milioni di insulti dai propri tifosi: molli, apatici e monomarcia, avrebbero dovuto riportare qualità all’universo Juventus, hanno contribuito ad affossarne il valore tecnico. Pirlo ha sin dall’inizio espresso fermamente il desiderio di giocare a 3, con un regista e due mezzali, ma si è trovato costretto a disporre in campo 2 mediani, tarpando così le ali alle (comunque poche) qualità dei propri centrocampisti, destabilizzandone le caratteristiche tattiche (Bentancur in primis, considerato da Allegri “un’ottima mezzala”, ma “non in grado di giocare davanti alla difesa”). L’attacco è dannatamente incompleto: inconcepibile non avere, in un intero organico che ambisce a vincere tutto, una punta fisicamente prestante da inserire nei momenti di difficoltà, per dar più peso all’attacco, creando spazi per i compagni e andando a ricevere i cross dagli esterni, tra le grinfie delle chiuse difese avversarie. In qualsiasi club dell’intero globo terrestre, persino nell’ultima squadra oratoriale al mondo, quando si perde si inserisce una punta in più… la Juventus non può farlo.

Passiamo al capitolo Cristiano Ronaldo, acquistato per innalzare il Club a punto di riferimento nell’immaginario collettivo internazionale, sia per valorizzazione del brand (e sin qui c’è riuscito), sia per raggiungere la tanto agognata Champions League: quando CR7 è stato trascinante, gli è mancata la squadra attorno, quando invece, come quest’anno, le grandi prestazioni di Chiesa e compagni l’avrebbero aiutato, è stato lui a fallire. 35/40 gol a stagione perdono il proprio valore se nelle partite che contano fioccano i 4 in pagella. Concludiamo col tassello più importante, l’allenatore: da quando la Juventus ha scelto di sollevare dall’incarico Allegri, per cercare di percorrere la strada del bel gioco, la squadra ha perso la propria perfezione tattica e non ha neppure iniziato a giocare meglio; lo scudetto sarriano viene vinto, di fatto, per mediocrità e demeriti avversari, al termine di una stagione di attriti, incomprensioni e malumori. Per ricreare una nuova armonia viene scelto Andrea Pirlo, che è benvoluto dalla squadra, ma che non ha mai allenato neppure un squadra di bambini di 7 anni. Se si vuole proseguire col fuoriclasse bresciano bisogna dargli tempo, però bisogna credere fermamente nelle sue competenze e potenzialità, sennò si tratterebbe di tempo drammaticamente buttato.

Le valutazioni da fare sono numerose e complesse, ma adesso c’è una stagione da portare a termine, con dignità e orgoglio: sarebbe incredibile se Andrea Agnelli, che spinge ossessivamente per la Super Champions, si trovasse fuori persino da quella normale.

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Formula 1 e Ferrarismo

Bentornata Formula 1, ci sei mancata…

Formula 1 ci sei mancata, abbiamo bisogno di te. Il periodo è dannatamente complesso, per certi versi scoraggiante; siamo assediati da cattive notizie, non possiamo vedere le persone che amiamo e a cui teniamo, da un anno consideriamo la normalità come uno straordinario traguardo lontano da raggiungere… una bandiera a scacchi tanto distante da apparirci inarrivabile.

Ci serve la nostra passione più grande, l’amore per le monoposto, per i nostri idoli, per la spettacolarità di sorpassi mozzafiato, di selvaggi duelli ruota a ruota, di pole lap capolavoro in trance agonistica, di strategie geniali. Abbiamo, più che mai, bisogno dello sport, del nostro sport, per riassaporare quel gusto di libertà, leggerezza ed entusiasmo che il Covid ci ha strappato via. Abbiamo talmente necessità di tutto ciò che il risultato sportivo di chi ci fa battere il cuore perde la naturale, usuale priorità: l’importante è che la Formula 1 ci sia, punto. Vogliamo e dobbiamo cominciare a rivivere certe sensazioni, trepidazioni, commozioni, dalla rilassante serenità del venerdì, gustandoci le sessioni di prove libere, cercando di carpirne più dettagli possibili, al sospiro di liberazione dell’ultimo giro della domenica, passando per l’adrenalina del Q3 e la tensione della partenza, con le 20 macchine in griglia.

Abbiamo tremendamente bisogno di tutto ciò: lo sport come mezzo attraverso il quale espellere negatività e pesantezza, spogliandoci da quel velo di tristezza che ci avvolge da un anno, cercando di alleviare preoccupazioni, timori e angosce, sperando di abbracciarci di nuovo, il prima possibile, tra bandiere e striscioni, sugli spalti degli autodromi.

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Vita, pensieri e riflessioni

Cuori temprati e occhi bagnati: l’amore ai tempi del Covid

Innamorarsi è una delle note più incantevoli dello spartito della nostra vita; ci sembra di vivere un sogno ad occhi aperti, amori tanto intensi da sentir l’esigenza di alzare lo sguardo con l’astratto desiderio di ringraziare, poiché quella magia sta proprio capitando a noi.

Contestualizzare queste meravigliose emozioni nel 2020 è moralmente estenuante, poiché il Covid ci ha prosciugato l’anima. Portiamo con noi vuoti incolmabili per addii a persone care che hanno raggiunto il cielo, abbiamo perso posti di lavoro, abbiamo rinunciato a viaggiare, vedere amici fraterni, praticare gli sport che amiamo e, infine, ciascuno di noi si è trovato costretto a rinunciare alla persona che occupa il tassello più coinvolgente dei nostri cuori: la ragazza di cui sono innamorato, le ragazze di cui siete innamorati. Milioni di storie d’amore sono messe a dura prova da quella distanza maledetta, prima irrilevante, oggi incolmabile. Siamo chiusi nelle nostre case, nei nostri comuni, nelle nostre regioni, nelle nostre solitudini, non potendo raggiungere la persona che dava un senso alle nostre giornate.

Alleviamo la distanza con telefonate e videochiamate, ma la tristezza, anziché dissolversi, si consolida. Sentirsi o vedersi attraverso un display è come ammirare un panorama mozzafiato da una cartolina o poter appena bagnare le labbra da una sorgente d’acqua cristallina. La nostalgia ci bussa alla porta in ogni sua sfumatura, quella nostalgia che ci accompagna, come un’ombra, nelle nostre piatte giornate. Ci mancano mille sensazioni, profumi e colori, con tanta amarezza addosso; amarezza di non poterle più consolare, senza distogliere lo sguardo dai loro volti; nostalgia di non poterci più sciogliere come ghiaccioli al sole nel vederle sorridere e stupirci ogni volta che ci perdiamo nei loro occhi. Ci manca vedervi ridere, ballare, truccarvi, commuovervi, provare vestiti, ci manca prendervi per mano, abbracciarvi, stringervi forte. Non possiamo più progettare, condividere, sognare insieme, trovati costretti a trasformare i nostri orizzonti oceanici in misere pozzanghere ingrigite. Ci scopriamo fermi a fissare il vuoto, volgendo in buio il mondo che ci avvolge.

È un periodo dannatamente complicato, per cui dobbiamo tirare fuori ogni granello di forza che possediamo, trasmettendo loro serenità, sicurezza, amore, stabilità… È in queste circostanze che si pesano le anime degli uomini. Possiamo solo, feriti e stanchi, vivere queste nostre storie, sino all’ultimo istante, dando tutto noi stessi, sperando in un domani migliore, perché “È meglio amare e perdere, che vincere e non amare mai”.

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Vita, pensieri e riflessioni

Nonno se n’è andato, la mia famiglia s’è ammalata: spero che ora apprezzeremo le piccole cose

Il Coronavirus ci ha consegnato delle storie struggenti, capitoli drammatici di sconfinata umanità, capace di abbattere muri e oltrepassare ostacoli; trame che, a differenza di cifre di morti e di contagi, non finiranno sui libri di storia, ma andranno a tracciare un segno nelle anime di tutti coloro che hanno provato l’atroce esperienza di viverle.

Personalmente, aver perso mio nonno, straordinaria figura della mia vita, e aver visto la mia famiglia, interamente malata, soffrire ogni giorno tra febbre e tosse, devastata nel fisico e nel cuore, è stato straziante. Abbiamo trascorso settimane difficilissime, tra dolore, tristezza, malinconia e angoscia; giornate di medicine, misurazioni e telefonate dall’ospedale.

Ma c’è sempre un gancio di speranza, ottimismo e voglia di futuro a cui aggrapparsi. Questo periodo deve essere motivo di arricchimento morale per tutti noi, un cruento fatto di vita che non può aver lasciato indifferenti i cuori delle persone.

Molti che pregavano di trovarsi in un mondo diverso, in realtà avevano solo bisogno di occhi diversi per guardare il mondo; ragazze e ragazzi che finalmente, anche solo per un istante, si sono discostati dal dare importanza ai beni materiali, impegnandosi a confortare un parente straziato anziché pensare all’ultimo modello di cellulare, o facendo una telefonata per farsi sentire vicino a un amico in difficoltà, piuttosto che attendere con ansia l’imminente, alcolico, sabato sera. Rivedere padri e madri di famiglia riassaporare finalmente l’essenza della propria esistenza, rispolverando il rapporto coi propri figli; riscoprire famiglie aperte al dialogo e non ovattate davanti a schermi di cellulari e televisori. Spero e credo che questo dramma mondiale abbia portato finalmente a capire, a più persone possibili, di come la vita sia fatta di valori e non di cose di valore.

Mi auguro che da oggi in poi apprezzeremo maggiormente le piccole cose, sfoggeremo il nostro sorriso ben più spesso di quanto facessimo prima, saremo più disposti a far star bene gli altri, con un gesto di altruismo, una parola giusta al momento giusto o una pacca di solidarietà sulla spalla di un amico.

Stiamo vivendo emozioni che non ci abbandoneranno mai, che saranno sempre parte di noi; emozioni attraverso cui dobbiamo crescere… Abbiamo il dovere morale di farlo.

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Formula 1 e Ferrarismo

Capolavoro Leclerc a Monza: il trionfo Ferrari che unisce l’Italia 

I campioni di ogni era della Formula 1, nel corso dei decenni, da Lauda a Schumacher, passando per Scheckter e Regazzoni, hanno sempre inesorabilmente dichiarato che non esiste alcuna emozione paragonabile alla gioia di vincere a Monza guidando la Ferrari. Per un Tifoso assistere a un trionfo di tale portata, partecipando attivamente con incitamento, urla e preghiere sportive, in mezzo a oltre 100.000 persone vestite di rosso, nel tempio della velocità, non può far altro che, in due parole, arricchirne l’anima, lasciando un ricordo indelebile in quei cuori palpitanti.

Leclerc rende possibile l’impossibile, esaltando vecchie e nuove generazioni, rievocando nostalgicamente Gilles Villeneuve nei più anziani e esaltando bambini e ragazzini che trovano in lui un idolo di assoluta purezza. Dannatamente talentuoso in pista e meravigliosamente semplice come persona; un 21enne che ha fatto sognare un autodromo, un Paese e un popolo intero, realizzando, nel giro di una settimana, la vittoria a Spa e l’apoteosi Rossa a Monza. Charles ha negli occhi qualcosa di speciale, la perdita del padre a soli 19 anni l’ha reso ancor più maturo di quanto già non fosse, in pista e nella vita, consentendogli di guidare come solo un fuoriclasse esperto è in grado di fare: cinico, determinato, freddo e deciso, abbinando manovre esaltanti a un irrisorio numero di errori. In un periodo storico in cui, come italiani, ci troviamo a scontrarci e a spaccarci in due per orientamenti politici, il sentimento Ferrari diventa uno stato sociale popolare che unisce l’Italia come solo la Nazionale di calcio sa fare, colorando di un unico colore l’intera Piazza Duomo mercoledì e l’autodromo di Monza durante la totalità del weekend.

Vedere persone di ogni età in lacrime e deliranti, abbracciarsi, senza neppure conoscersi, ci fa capire cosa significhi fare parte di questa famiglia che è, per decine di milioni di persone in ogni angolo del mondo, una seconda pelle. La Nazionale Italiana dei motori ci ha regalato a Monza emozioni e immagini che non dimenticheremo mai, a partire dall’inno cantato a squarciagola sotto al podio, scaturendo un senso d’appartenenza che nessun’altra scuderia al mondo è in grado di neppur minimamente determinare: quando vince la Ferrari, vince l’Italia… vincono gli italiani, quegli italiani che da oggi si sentono più completi, come tifosi, come sportivi, come persone.

Grazie Charles, Grazie Ferrari.

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Vita, pensieri e riflessioni

“Non perdete mai fiducia nel futuro”

Credo che la dote più ammirevole dell’esistenza di ogni essere umano sia la tenacia nel ricercare la felicità. Ognuno di noi percorre una propria strada, chiamata vita, tracciata da un segmento meraviglioso, dipinto di esperienze ed emozioni. Per poter raggiungere la felicità, però, non è unicamente importante ciò che il destino ha in serbo per noi, ma, soprattutto, risulta fondamentale la capacità di saper essere felici, volendo il bene di sé stessi e delle persone verso cui proviamo amore e affetto. Durante la nostra vita, però, ci troviamo di fronte a imprevisti, difficoltà, sconforti e lutti che destabilizzano la serenità di ciascuno di noi: situazioni, avvenimenti e dinamiche impronosticabili che piombano prepotentemente nella nostra esistenza e, ostinatamente, non ci vogliono abbandonare.

Nel dicembre 2011 mi sono ammalato di mononucleosi, una patologia di entità generalmente modesta e innocua, che, però, può manifestarsi attraverso forme dannatamente gravi, dalle strazianti conseguenze. Nel mio caso, purtroppo, la malattia si è presentata sotto le peggiori vesti possibili: ho passato 30 mesi della mia vita con la febbre, inesorabilmente superiore almeno al 38, costretto a restare chiuso in casa e ad uscire solo per visite mediche ed esami del sangue. Sono stato, naturalmente, costretto a smettere di fare sport (folle passione della mia vita) e ho dovuto rinunciare a provare nuove esperienze, conoscere persone, vivere fresche emozioni. Per colpa della malattia, non potendo frequentare la scuola, ho dovuto affrontare una situazione che non avrei mai anche solo potuto immaginare di pronosticare: essere bocciato. Io, proprio io, “il ragazzo modello, primo della classe”, abituato a ricevere solo elogi da insegnanti, parenti e conoscenti, mi ritrovavo chiuso in casa, inerme, senza una vita sociale e con 2 anni scolastici da recuperare. Durante questo lungo periodo, però, non mi sono mai abbattuto, ho sempre nutrito la speranza di guarire presto, di guardare avanti e di vivere con positività, cercando, attorno a me, dettagli, sfaccettature e circostanze che mi potessero rendere felice, nonostante la luce alla fine del tunnel non si scorgesse affatto. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza la mia famiglia, che ogni giorno, con piccoli e grandi gesti, non mi ha mai fatto perdere il sorriso e la gioia di vivere. Durante l’estate 2014 le difese immunitarie hanno cominciato finalmente a ristabilizzarsi, l’organismo ha iniziato progressivamente a riprendersi e la febbre a scomparire.

Dopo questa straziante esperienza mi sono reso conto di come la felicità, nella vita di tutti i giorni, sia tutt’altro che scontata: dovremmo soffermarci ad apprezzare le piccole cose, i sorrisi, i gesti di altruismo e di condivisione, riflettendo su cosa sia realmente importante. Io per due anni e mezzo ho ritenuto un privilegio inarrivabile ciò che per molti risultava essere la banale quotidianità, ovvero il poter vivere ogni giorno senza profonde restrizioni che mi negassero tutto ciò che le persone “normali” fossero in grado di fare. Oggi ho, da pochi giorni, concluso l’esame di maturità, con un risultato che mi inorgoglisce nel profondo; ho una vita splendida, una famiglia meravigliosa, amici irrinunciabili e da marzo 2017 ho il privilegio di scrivere per Bergamonews, trasmettendo la mia passione per il calcio, per la Formula 1 e per la Ferrari.

Ho raccontato un frammento della mia storia per dirvi che gli ostacoli sono fatti per essere oltrepassati e i muri per essere abbattuti, credete sempre in voi stessi, abbiate fiducia nel futuro, vivete ogni difficoltà con tenacia, ambizione e speranza, con la consapevolezza che “se lo puoi sognare, lo puoi fare”.


13/08/2018

Trovi l’articolo anche su https://www.bergamonews.it/ al link https://www.google.com/amp/s/www.bergamonews.it/2018/07/13/daniele-la-fine-della-maturita-nonostante-la-malattia-non-perdete-mai-fiducia-nel-futuro/286512/%3famp

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Altri sport

Eterno Roger Federer: il re del tennis nei cuori di milioni di persone

Il Re del tennis, dopo essersi aggiudicato il championship point di Australian Open, è scoppiato in un pianto sincero, spontaneo, che ha fatto il giro del mondo, entrando nei cuori di milioni di persone. Nell’istante in cui Roger ha ulteriormente sancito la propria leggenda, ha dimostrato di essere un uomo comune. Un binomio straordinario tra mito e umanità. Un pianto indimenticabile, che resterà nella storia del tennis e dello sport, un pianto che testimonia come dietro un grande campione ci sia spesso un grande uomo.

I numeri di Roger lasciano senza parole: 96 titoli in carriera, 20 Grand Slam, 8 trionfi a Wimbledon, 5 agli Us open e 6 in Australia, oltre alla conquista di Roland Garros del 2009. Una carriera senza precedenti, inimitabile, condita da immancabile correttezza, umiltà e professionalità. Federer entra nei cuori della gente perché rappresenta la gente: un esempio per tutti, emblema dei valori dello sport e della vita.

Roger ha battuto qualsiasi avversario e, soprattutto, ha superato se stesso, sbocciando in una nuova giovinezza; una vera e propria rinascita, resa possibile dalla smisurata forza d’animo che lo caratterizza. Federer è riuscito nell’impresa di perfezionare i propri colpi all’età di 36 anni, sancita da un netto miglioramento nel rovescio, nel gioco al volo e nella scelta di anticipare il colpo, impattando la palla nell’istante successivo al rimbalzo. Una resurrezione tecnica e atletica, supportata da una geniale strategia nel preservarsi: Roger, consapevole della propria età, ha programmato la propria stagione, rinunciando a numerosi tornei e alla corsa al numero uno del mondo, per poter aggiudicarsi i tornei in cui volesse tornare a trionfare.

Quando Federer appenderà la racchetta al chiodo lascerà un vuoto incolmabile, nel mondo del tennis e dello sport. Resterà, però, nel cuore e nei ricordi della gente, un tratto indelebile nella vita di chi ha avuto il privilegio di poter assistere al mito.

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Formula 1 e Ferrarismo

Ferrari: futuro h24

L’inaspettata notizia di Ferrari nuovamente protagonista nella classe regina di Le Mans dal 2023 ha toccato corde speciali in ciascun ferrarista: Le Mans è la storia del motorsport e Ferrari ne ha determinato il mito. Una gara logorante che conduce nell’Olimpo dei motori i campioni capaci di vincerla; piloti-eroi, cavalieri delle 4 ruote, che sfidano i propri limiti, guardando (sin troppo spesso) la morte in faccia. Va a ricrearsi un binomio straordinario, fatto di trionfi, immagini iconiche e nostalgie di un automobilismo genuino, puro e spericolato che oggi ci ha in parte abbandonato. John Elkann ha spiazzato tutti, annunciando una Hypercar del Cavallino in pista, in battaglia per la vittoria assoluta, a mezzo secolo esatto dall’ultima volta: era il 1973.

La scelta del presidente della Ferrari è tanto entusiasmante per i propri tifosi quanto logica: la riduzione del budget cap in F1 ha determinato una rivisitazione della sezione sportiva di Maranello; la decisione di lanciarsi nuovamente nell’orbita di Le Mans consente di preservare la totalità dei posti di lavoro, trasferendo parte di ingegneri, progettisti e meccanici alla lavorazione della macchina che tra 2 anni sfreccerà tra le iconiche curve francesi.

Dal giorno della morte di Sergio Marchionne, alla Ferrari è mancata una figura di riferimento, un condottiero, un uomo carismatico capace di combattere in prima persona contro le difficoltà, come un capitano di una nave pronto, coi propri marinai, ad affrontare la tempesta; un leader sempre presente in pista, determinato a metterci la faccia in qualsiasi circostanza, in grado di saper parlare al proprio popolo, facendo trasparire la propria sofferenza per i drammatici risultati, arrivando alla pancia della tifoseria, come Enzo Ferrari e Montezemolo in passato. La dirigenza Ferrari avrebbe dovuto imporsi maggiormente sui regolamenti, battere i pugni sul tavolo per il motore “illegale” 2019, forti del nome del marchio che rappresentano e dell’ascendente che vantano sul pianeta-F1. John Elkann, però, con la sua razionale moderatezza, sta parsimoniosamente ricreando un ambiente sereno, coeso, ambizioso, pronto a sbocciare a Le Mans e, soprattutto, capace di gettare le basi per poter resuscitare dalle macerie in Formula 1.

La coppia Leclerc-Sainz, line-up più giovane in Ferrari dal 1968, è la conferma di come la parola chiave a Maranello sia FUTURO, con l’augurio che possa essere raggiante.

 

Foto: MotorSport.com

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Formula 1 e Ferrarismo

Grazie Enzo, grazie Ferrari

Modena, 18 febbraio 1898: una nevicata tanto romanzesca quanto copiosa fa da cornice ad un avvenimento che avrebbe cambiato la storia del nostro Paese: da Alfredo e Adalgisa nasce il piccolo Enzo Ferrari.

Nessuno, in quel bianco pomeriggio, avrebbe mai immaginato che quel bimbo, un giorno, avrebbe creato il marchio più influente dell’intero globo terrestre, dando vita a una religione sportiva che avrebbe tenuto impegnati miliardi di cuori battenti di pura passione. Enzo, da sempre visceralmente legato all’universo delle automobili, grazie all’officina del padre, è cresciuto col sogno di imporsi nel mondo delle corse, prima come pilota, poi come costruttore. Personaggio straordinariamente moderno, visionario, cinico, leader, anticipatore dei tempi, genio nel gestire uomini e risorse, Enzo ha incarnato il perfetto spirito imprenditoriale, abbinato all’ossessiva ricerca di soddisfare la propria travolgente vocazione. Uomo introverso e indecifrabile, Ferrari ha vissuto un’esistenza ricca di sconforto e dolori personali, nascondendo dietro gli immancabili occhiali scuri le proprie emozioni. La scomparsa del figlio Dino e le morti in pista dei propri piloti lo hanno profondamente segnato, a tal punto da renderlo asettico agli occhi della gente. Enzo è morto 3 volte: il giorno in cui Dino ha raggiunto il cielo, il giorno in cui Gilles Villeneuve ha perso la vita tra le curve di  Zolder e, infine, il giorno della sua scomparsa, il 14 agosto 1988.

Le innumerevoli storie giunte da Maranello e dagli autodromi di ogni angolo del mondo ci raccontano di un uomo tanto potente quanto emotivamente insicuro, un leader segnato da fragilità, debolezze e sconforti, contro cui ha saputo unicamente combattere dedicando anima e corpo alla propria leggenda a 4 ruote. Enzo ha sempre anteposto il bene della Scuderia agli interessi personali, lavorando ininterrottamente sino all’ultimo istante della propria vita. I rapporti con Nuvolari, Ascari, Castellotti, Fangio, Lauda, Regazzoni, Alboreto, Mauro Forghieri e Gilles Villeneuve hanno arricchito Enzo come patron e come uomo, rendendo ancor più speciale il mito del Cavallino.

La Ferrari, in pista, ci ha fatto soffrire, gioire, piangere e delirare, vincendo 238 gare, 15 mondiali piloti e 16 titoli costruttori, diventando simbolo impareggiabile e insostituibile di questo sport: Formula 1 è Ferrari, Ferrari è Formula 1.

Oltre a ciò che rappresenta nell’immaginario collettivo mondiale, il Cavallino è, innanzitutto, ciò che evoca nelle anime degli italiani: il “sentimento Ferrari” rappresenta, da sempre, la passione più cocente dell’esistenza di nostri innumerevoli connazionali, rendendoci “l’unico Paese al mondo a vantare due nazionali: una Azzurra e una Rossa”.

Enzo e le vittorie della Scuderia hanno reso il “Ferrarismo” uno stile di vita, un’ossessione, uno stato sociale, un carburante che ci scorre nelle vene e che alimenta il nostro cuore, tramutando il viaggio della nostra vita in un Gran Premio, fatto di curve, ostacoli, errori e difficoltà, con la straordinaria illusione di raggiungere trionfali, sventolanti, bandiere a scacchi.

 

Foto: MGMT Magazine

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Formula 1 e Ferrarismo

Hamilton-Russell-Verstappen: un pericoloso Tris d’assi

Siamo reduci dall’ufficialità dell’accordo sul rinnovo di Lewis Hamilton, tanto atteso (e per certi versi scontato) quanto anomalo, nelle tempistiche e nelle modalità di raggiungimento. Lewis guadagnerà 40 milioni di euro per la stagione 2021. La Mercedes e il campione inglese valuteranno reciprocamente se proseguire insieme – al netto anche delle sensazioni prestazionali sul progetto 2022 – che sancisce l’inizio di una nuova era regolamentare.

L’ulteriore futuro rinnovo, però, è tutt’altro che scontato, per forze opposte che attraggono Mercedes verso variegate decisioni e direzioni. Il team di Toto Wolff sta valutando ogni alternativa possibile per il futuro. Analizziamo insieme le opzioni sul piatto: Hamilton è il pilota più competitivo in circolazione e uno dei migliori di tutti i tempi, ma inizierebbe la stagione 2022 da 37enne. Contemporaneamente, Mercedes è consapevole di come Max Verstappen sia uno dei talenti più cristallini del paddock e che farebbe carte false per vestirsi d’argento; l’olandese ha 12 anni in meno e costerebbe, al momento, 15 milioni di euro all’anno, un terzo del fuoriclasse britannico.

Entra in gioco, inoltre, la raggiante figura di George Russell, campioncino classe ’98, già in orbita Mercedes, che quest’anno ha umiliato Bottas nel weekend in cui ha sostituito Hamilton, malato di Covid. La prestazione di George, nel Gran Premio di Sakhir, ha smosso molto nell’immaginario collettivo: vedere un esordiente annientare Bottas, compagno di squadra, che siede su quel sedile da 4 stagioni, ha affossato il finlandese stesso (anche se accanto a te dovesse esordire Ayrton Senna, avresti comunque il dovere di dominarlo dalla prima prova libera sino all’ultimo giro di gara ); come se non bastasse, l’exploit di Russell ha scalfito persino l’immagine da supereroe creata attorno a Lewis, ridimensionando l’epicità del suo palmares. Russell è un profilo perfetto, giovanissimo ma maturo, umile ma carismatico… potrebbe diventare il Leclerc di Mercedes.

A questo punto la palla passa a Hamilton: se Lewis confermerà la propria totale superiorità, la scuderia di Stoccarda non avrà motivo di cambiare “capitano”; nel caso in cui, invece, il britannico dovesse far trasparire un fisiologico calo di rendimento dovuto all’età e Bottas dovesse confermare la propria mediocrità, non ci sarà da stupirsi se Mercedes si presenterà in pista a marzo 2022 con una line-up completamente nuova. Con attesa e irrefrenabile curiosità, godiamoci la stagione 2021…

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Foto: MotorBox.com

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Formula 1 e Ferrarismo

12 settembre 2021 : nostalgia e speranza

Profumo di benzina e gomma bruciata, bandiere sventolanti, boati, trombette che suonano all’impazzata, coreografie mozzafiato. Da un anno, negli autodromi italiani e di ogni angolo del mondo, dobbiamo rinunciare a tutto questo, e molto altro ancora. Il Covid ci ha privato di impareggiabili emozioni, che sul divano di casa non saremmo mai capaci di assaporare.

Possiamo avere i migliori televisori sul mercato, con le più straordinarie tecnologie possibili, risoluzioni 4K, interattività, on board, replay, ma tutto ciò non si avvicina neppure lontanamente all’emozione di vivere un Gran Premio in pista. Ci manca l’adrenalina di alzarci presto alla mattina, disposti a prendere tonnellate di pioggia pur di assistere a un sorpasso che ci farà battere il cuore; ci mancano gli abbracci con la gente sugli spalti, di cui non conosciamo nulla, tranne la cocente passione che ci accomuna; ci mancano i nostri pugni, chiusi, agitati al vento per inneggiare gli idoli che amiamo; ci mancano le lacrime sotto al podio, avvolte dalle note dell’Inno che rende le nostre vite speciali; ci manca l’appartenere a una marea Rossa, di centomila persone, che ci inorgoglisce più di qualsiasi altra cosa al mondo.

Le immagini della vittoria di Leclerc a Monza ci appaiono tanto leggendarie quanto distanti, appartenenti a un mondo dannatamente diverso da quello a cui siamo ormai abituati. È da Abu Dhabi 2019 che non assistiamo a un Gran Premio con tribune stracolme… sembrano trascorsi decenni.

Ci troviamo ad “ammirare”, sugli schermi, autodromi malinconicamente deserti, privi di quel cuore pulsante che li rende vivi, magici: la passione dei tifosi. Vedere nuovamente sia Imola che Monza, anche nel calendario 2021, ci lascia tanto ottimismo.

Stiamo vivendo un periodo storico drammatico, in ogni sua sfumatura, ma dobbiamo aggrapparci alla speranza per credere in un domani migliore. Chiamatelo desiderio, sogno o ingenua illusione, ma la data del 12 settembre 2021 è già tatuata nei nostri pensieri, perché “Non si può descrivere la passione, la si può solo vivere”.

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Formula 1 e Ferrarismo

Ferrari: un brand più forte della pandemia

A inizio febbraio, Ferrari S.p.A ha reso ufficiali i risultati economici del 2020: 9119 auto consegnate (nonostante la sospensione produttiva di 7 settimane), ricavi netti pari a 3,46 miliardi di euro e un utile netto di 609 milioni, indotto da un ultimo trimestre da record (263 milioni di euro di utile netto, +58% rispetto al 2019).

“I risultati della Ferrari sono stati eccezionali, dimostrano la forza del nostro modello di business e la nostra resilienza. Il 2020, con le sfide del Covid, ci ha permesso di imparare di più sulle nostre forze e debolezze” ha dichiarato il presidente John Elkann durante la conference call con gli analisti finanziari.

Al termine di un anno drammatico, che ha profondamente colpito l’intera popolazione mondiale, raggiungere tali risultati lascia senza parole: l’universo dell’Automotive ha subìto l’ondata del Covid come pochi altri, dovendo far fronte alla cosiddetta Crisi-Coronavirus, fenomeno senza precedenti che ha scaturito un blocco tanto sul fronte della produzione, quanto su quello della domanda; centinaia di milioni di famiglie in ogni angolo del mondo, contornate da situazioni precarie e incognite economiche, hanno dovuto accantonare la possibilità di investire in un’auto nuova.

Considerando Ferrari sia azienda automobilistica sia entità sportiva, cerchiamo di rivolgere l’attenzione anche sulle condizioni economiche di quest’altro settore: ciascun club, a prescindere da sport, nazione e campionato di appartenenza, sta lottando con ogni forza per cercare di limitare i danni di fronte a un periodo storico che ne ha prosciugato le possibilità e potenzialità. Il sistema calcio, ad esempio, è a rischio collasso: società di indiscutibile blasone e forza economica stanno accumulando centinaia di milioni di euro di debiti, oltre a, in numerosissimi casi, non aver tuttora pagato multiple mensilità di stipendi ai propri tesserati. Barcellona e Real Madrid, massimi colossi del calcio mondiale, stanno affrontando la crisi finanziaria peggiore della loro storia, con bilanci disastrati e perdite mai registrate prima; i due club collezionano complessivamente circa 2 miliardi di euro di debiti e il Real, nella fattispecie, ha fatturato, nel 2020, 200 milioni di euro in meno rispetto al 2019.

Ferrari, che realizza beni di lusso e che sa da sempre reinventarsi, trovando soluzioni alle crisi economiche che inevitabilmente incontra nel mare in cui naviga, ha saputo essere più forte della pandemia, grazie a un marchio semplicemente inscalfibile; secondo un recente report di Brand Finance, infatti, è per il secondo anno consecutivo il brand più forte al mondo, superiore a colossi come Coca Cola o Apple. Dando uno sguardo all’altra faccia della medaglia, però, è conseguentemente inspiegabile ed innegabilmente grave che la Scuderia non riesca ad imporsi in Formula 1. Dovremmo assistere, per la logica dei fatti, a un team dominante… siamo invece reduci da una stagione umiliante. La Ferrari deve tornare, senza alcun alibi, attenuante o giustificazione, a vincere in Formula 1, per l’azienda che può vantare di essere, per la storia leggendaria che la contraddistingue e per la passione dei tifosi che la venerano.

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Formula 1 e Ferrarismo

Da Gilles a Schumi, sino a Sainz: la leggenda di Fiorano

Quando un pilota compie il proprio esordio, vestito di rosso, ondeggiando con la propria monoposto lungo le curve del circuito di Fiorano, è sempre una grande emozione. Si percepisce, a prescindere dal momento storico che sta vivendo la Scuderia, di assistere a un momento speciale. Il Mito del Cavallino, inciso nel corso dei decenni da artisti leggendari, continuerà ad essere scritto da un nuovo autore: la penna, prima appartenuta a Sebastian Vettel, è ora tra le mani di Carlos Sainz Jr.

È dal 1972 che il circuito di Fiorano bagna gli esordi dei piloti del Cavallino; fu Enzo Ferrari a ordinarne la progettazione e creazione, realizzando una pista, a pochi metri dalla fabbrica di Maranello, che avesse nel proprio layout curve e rettilinei che ricordassero tratti di circuiti del Mondiale di F1, come la curva “Tarzan” di Zandvoort, il “Salto di Brünnchen” del Nürburgring, la “Rascasse” di Montecarlo e la “Parabolica” di Monza. Enzo passava intere giornate a veder girare i propri piloti in pista, con occhi sognanti da bambino, cronometrando e annotando personalmente ciascun tempo sul giro.

Sono tanti i romantici aneddoti inerenti a questo luogo magico: Niki Lauda, l’anno d’esordio in Rosso nel 1974, ebbe il coraggio di urlare in faccia a Enzo Ferrari “questa macchina è una merda”, condannando la monoposto realizzata sino al suo arrivo e diventando poi, conseguentemente, l’artefice di una nuova era di trionfi iridati, grazie alla sua genialità progettuale, sviluppando insieme all’ingegner Forghieri macchine capolavoro. Altro protagonista delle curve di Fiorano fu l’inimitabile Gilles Villeneuve, che, per la propria guida tanto spericolata quanto spettacolare, usurava in un batter di ciglia le nuove componenti che avrebbe dovuto parsimoniosamente testare in pista, vanificando intere giornate di test. Michael Schumacher invece, indiscusso Re di Fiorano, di cui detiene il record del tempo sul giro, scelse sin dall’anno d’esordio, a fine 1995, di cambiare la forma di Curva 1, poiché troppo diversa da qualsiasi curva presente nel Mondiale. Michael trascorreva in pista decine di ore ogni giorno, presentandosi in pista sin dall’alba, curando maniacalmente ogni minimo particolare e compiendo migliaia di giri, persino in notturna, per affinare la propria sensibilità di guida.

Oggi, a 50 anni dalla nascita del circuito, è il turno di Leclerc e Sainz; Carlitos ha un obiettivo ben preciso: concretizzare l’aspirazione massima di diventare Campione del Mondo con la Ferrari, impresa solo sfiorata dal connazionale e idolo Fernando Alonso. Secondo le voci che giungono da Maranello, lo spagnolo sta vivendo un sogno ad occhi aperti, con grande emozione sta compiendo i propri primi passi nell’universo Ferrari, cercando di contribuire a dare una svolta ai risultati sportivi della Scuderia; con una dedizione al lavoro encomiabile, Sainz sta mettendo tutto se stesso per dare il proprio apporto, dedicando intere giornate a lavorare in sintonia con meccanici e ingegneri. Charles e Carlos sono pienamente consapevoli del momento sportivamente drammatico del Cavallino… la Ferrari e i suoi tifosi hanno bisogno di loro.

 

Foto: MotroBox.com

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Calcio Calcio mondiale

Ibra e CR7: leggende senza tempo

 

Il pensiero comune che la società di oggi ci impone sta nel considerare, spesso, il nuovo, il moderno, il fresco, migliore. Il cellulare di ultima generazione è più efficiente del precedente, il modello di auto appena uscito domina per prestazioni il rivale più vecchio, lo sportivo a fine carriera deve lasciare spazio al giovane emergente.

Ibrahimovic e Ronaldo hanno rispettivamente 39 e 35 anni. Un’età in cui, in un calcio sempre più atletico, fisico e dinamico, un giocatore dovrebbe aver già appeso gli scarpini al chiodo o, quantomeno, sarebbe dovuto migrare verso campionati esotici dalla demenziale competitività. Questi due assoluti fuoriclasse, invece, sono le due stelle più abbaglianti della nostra Serie A; due diamanti inscalfibili, due vini di annata che migliorano col passare del tempo. Due leggende del calcio che stanno trascinando le rispettive squadre, inanellando prestazioni capolavoro, gol e giocate mozzafiato, dominando contro difensori come Koulibaly, Manolas, Skriniar, De Vrij, Chiellini, Romagnoli e Acerbi.

I due tratti comuni che determinano la miracolosa longevità dei due fenomeni sono la leadership e la dedizione al lavoro. Ronaldo e Zlatan sono, da sempre, maestri ineguagliabili di professionalità e abnegazione, esempi da seguire per qualsiasi compagno di squadra, esortazioni quotidiane a tirare fuori il meglio di sé, abbattendo limiti, alzando senza sosta l’asticella del proprio rendimento. Parliamo semplicemente dei due giocatori più carismatici dell’intero panorama calcistico mondiale, due figure trascinanti, in partita, in allenamento, nella vita. Ibra ha, sin dai primi giorni, rivoluzionato l’universo Milan, trasformando l’anima della squadra e dell’intera società. Cristiano ha innalzato la Juventus a club di totale entità internazionale, da un punto di vista sportivo, commerciale e mediatico; ha condotto la Vecchia Signora verso trofei prestigiosi e serate indimenticabili.

Oggi, sono i due capocannonieri del campionato, la “conditio sine qua non” di Juventus e Milan, ma, soprattutto, sono le due principali ragioni per cui milioni di italiani accendono i televisori, con occhi sognanti come bambini. Poter vedere Ibra e CR7 sfidarsi nel nostro campionato è un enorme privilegio, che in futuro ricorderemo orgogliosi, con un sorriso di affetto e malinconia.

 

Foto: calciomercato.com

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Calcio Calcio mondiale

Juve-Atletico Madrid 3-0: quando la dote di non arrendersi è stigmatizzata nell’anima

Juventus Atletico Madrid 3-0. Un risultato da sogno, reso realtà. La Juve disputa un match perfetto, determinato da un livello qualitativo disarmante, una disposizione tattica che ha rasentato la perfezione e un agonismo estenuante, capace di sopraffare qualsiasi avversario.

La Vecchia Signora ha indossato l’abito da sera migliore possibile, condotta da un Cristiano Ronaldo epocale. Questo trionfo, però, va oltre le individualità e le statistiche: ha origini lontane e un significato ben più ampio. In 122 anni di storia, la Juventus ha scritto pagine gloriose del calcio italiano, vantando innumerevoli vittorie e un palmares semplicemente sconfinato. Tra tutti questi numeri vi è, però, un parametro ancor più essenziale, che non si misura dal numero di scudetti o coppe, ma da una virtù dell’anima: la capacità di non mollare mai. Una peculiarità unica, che traccia la storia bianconera attraverso un lungo viaggio, fin dal principio, da sempre e per sempre.

Questo club sormonta ostacoli esteriormente invalicabili e rinasce dopo tonfi apparentemente definitivi. Per il bene dei propri tifosi e per il male degli ossessivi compulsivi gufi avversari, la Juventus si rialza sempre… La Juventus non muore mai. La storia di questa squadra è sempre più forte di tutto ciò che le è avverso. Una storia fatta di grandi giocatori e grandi uomini; una storia emblematizzata in modo perfetto da Alessandro Del Piero, irraggiungibile simbolo juventino, che, nel 2006, ha capitanato un quintetto di fuoriclasse, composto da Buffon, Camoranesi, Nedved e Trezeguet, conducendoli nell’inferno della Serie B per rialzare le sorti della sua Juventus.

Questi 5 campioni, Palloni D’oro e Campioni del Mondo, pur di far risorgere il proprio club, hanno calcisticamente rinunciato a tutto. Un episodio emblematico, che esplica perfettamente perché la Juve sia capace di risollevarsi inesorabilmente: ha il dono della rinascita stigmatizzato nell’anima

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Calcio Calcio mondiale

El Niño Torres: la carriera romanzesca di un mito del calcio moderno

Ci sono storie che vantano una sceneggiatura perfetta, favole dall’epilogo magico, che sanciscono lo sport come una delle sfaccettature più favolose dell’esistenza. Ieri, Fernando Torres, ha incoronato il proprio sogno di vincere un trofeo col club del suo cuore, dopo averne già annunciato l’addio.

El Niño, simbolo impareggiabile della storia rojiblanca, esordisce con l’Atletico a 17 anni, diventandone capitano a 19, attraverso una leadership senza precedenti per un ragazzo della sua età: Fernando è l’artefice del rinascimento dei colchonero, trascina i suoi alla promozione in Primera Division nel 2002 e rende, col passare degli anni, l’Atletico Madrid un club di fama internazionale. El Niño, tifoso rojiblanco fin da bambino, rifiuta faraoniche offerte da Real Madrid e Barcellona e sceglie un club estero, il Liverpool, per consacrarsi a livello mondiale, così da non tradire il club del suo cuore. Con i Reds Fernando diventa il miglior centravanti al mondo, idolo indiscusso di centinaia di milioni di bambini, che si immedesimano in quel giocatore dai lineamenti infantili. Torres fa impazzire Anfield, diventa campione d’Europa con la Spagna, realizzando il gol decisivo nella finale di Vienna e giunge terzo al Pallone d’Oro del 2008. Con la maglia del Liverpool Fernando batte record di marcature in successione, ma la disgrazia del grave infortunio al ginocchio del 2009 tarpa le ali al suo strapotere atletico… El Niño non sarà mai più quello di prima. Nel gennaio 2010 passa al Chelsea per la cifra record di 58 milioni di euro, ma incontra ostacoli apparentemente invalicabili: prestazioni e reti non arrivano, la stampa inglese lo deride e gli appassionati capiscono come El Niño non sia più quello di un tempo.

Fernando, però, affronta le velleità da straordinario professionista e, con tenacia e dedizione, diventa leggenda, consacrandosi uomo-chiave nei momenti-chiave: in due anni trionfa con Chelsea e Nazionale, vincendo Champions League, Europa League, Mondiale ed Europeo, attraverso reti decisive ed indimenticabili tra semifinali e finali. La nostalgia di casa, però, assale Fernando, che dopo altre 2 stagioni al Chelsea e una breve parentesi al Milan, coglie al volo l’opportunità di tornare nel “suo club”, portando in delirio il popolo colchonero. L’idolo rojiblanco torna a segnare, diventando il quinto marcatore nella storia del club, trascorre stagioni indimenticabili, prova la struggente delusione di perdere la finale di Champions nel derby, ma continua con tenacia a lavorare, nonostante il minutaggio cali progressivamente e gli anni passino. Il trionfo di ieri sera è la coronazione della carriera di uno straordinario attaccante e di un grande uomo, capace di far appassionare al mondo del calcio un’infinità di persone, come ambasciatore dei valori dello sport. Torres è stato per anni un centravanti unico nel suo genere, devastante in campo aperto, letale nel calciare da qualsiasi posizione, un fenomeno in campo e fuori. Ciò che ha fatto Fernando all’apice della propria carriera rimarrà per sempre nei ricordi degli appassionati di questo sport magico. El Niño ha saputo sfruttare gli anni di massimo splendore del suo talento ed è riuscito, con estrema tenacia, a rialzarsi dopo difficoltà, infortuni ed ostacoli.

Ogni giorno nascono migliaia di bambini che vedranno rotolare un pallone, qualora se ne innamorassero perdutamente sarà grazie a uomini come El Niño Torres.

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Altri sport

Federer ancora Re di Wimbledon: è lui il più grande sportivo di sempre?

16 luglio 2017: questa data entra nella storia del tennis e dello sport, un giorno indimenticabile. Roger Federer vince il torneo di Wimbledon battendo Cilic 6-3 6-1 6-4 e diventa il primo tennista ad alzare l’ottava volta il trofeo più ambito, antico, iconico e leggendario. Per Federer è il novantatreesimo torneo vinto della carriera, il diciannovesimo del Grand Slam.

Il Re del Tennis ha dimostrato ancora la sua impareggiabile classe, non solo attraverso i soliti colpi sublimi, ma contenendo l’esultanza dopo essersi aggiudicato il Championship point, per rispetto del proprio avversario, infortunato. Nel terzo set, con Cilic malconcio, ha attenuato la propria qualità e superiorità, per non infierire nei confronti del tennista croato.

Solo dopo aver visto i propri figli in tribuna, Federer è scoppiato a piangere, commuovendosi nel vedere la propria famiglia al completo, sulla tribuna del “suo” Campo Centrale
Appena un anno fa, Roger si trovava con le proprie mani sulle ginocchia, dolorante e infortunato: poteva essere la fine di un mito, la caduta del Re, la resa del Più Grande, l’immagine del declino di Roger Federer. Dopo sei mesi di recupero, “King Roger” torna in campo, vincendo Australian Open, Indian Wells, Miami ed Halle, fino alla vittoria epocale di oggi. Nei sei mesi di infortunio, Federer ha dovuto lottare, soffrire, faticare, sognando di tornare ciò che è sempre stato; contro ogni pronostico ci è riuscito, tornando più forte che mai, abbattendo ogni critica, dato anagrafico e avversario. Ancora una volta è stato di esempio a tutti coloro che vivono un momento difficile, dimostrando che, col sacrificio e l’ambizione, si può raggiungere ogni traguardo, realizzando il proprio sogno.

Sono passati 14 anni dal primo trionfo a Wimbledon, in questo lasso di tempo è diventato l’idolo di milioni di appassionati di ogni nazione e generazione, giocando col pubblico dalla propria parte in qualsiasi stadio del mondo e facendo appassionare a questo sport un numero straordinario di tifosi.

Il Re del tennis è stato paragonato ai più grandi sportivi della storia, da Pelè a Schumacher, passando per Maradona, Bolt, Michael Jordan, Muhammad Ali, Phelps, Valentino Rossi e Senna. La vittoria di domenica, ciliegina sulla torta di una carriera inimitabile, lo rende, probabilmente, il più grande sportivo di tutti i tempi, per la classe, l’eleganza, il talento, la professionalità, la correttezza e la capacità di vincere da ragazzino e da 36enne. Roger Federer ci fa capire perché la passione per lo sport sia il sale della vita di miliardi di persone.

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Calcio Calcio mondiale

Liverpool campione d’Inghilterra senza Anfield: un trionfo privato di poesia

Erano passati 30 interminabili anni dall’ultimo campionato inglese vinto dal Liverpool. Un’attesa lancinante, sofferta, conclusa con un successo liberatorio, meritato come non mai, al termine di una stagione dominata, attraverso una cavalcata senza ostacoli e rivali. Una conquista che tuttavia, nella sua epicità, è avvolta da un velo di malinconia e amarezza.

Identificarsi nel “sentimento Liverpool” significa vivere di emozioni, suggestioni e commozioni: una tifoseria unica al mondo, che come nessun’altra abbina passione, tradizione, fascino e poesia. Il cuore pulsante di tutto ciò è Anfield, il luogo calcistico più mitologico al mondo, lo stadio che va oltre lo stadio. L’essenza del senso di appartenenza Red è trovarsi in questa cattedrale di passione, osservando la Kop, stringendo la propria sciarpa rossa tra le mani e cantando, tra altre 54 mila persone, “You’ll never walk alone”, preghiera laica dall’ineguagliabile trasporto, capace allo stesso tempo di esaltare, inorgoglire e commuovere chiunque abbia il privilegio di intonarla, ascoltarla, venerarla.

Ho avuto la fortuna di essere ad Anfield, nel 2015, in occasione del mio diciottesimo compleanno: un’emozione senza precedenti, ricca di note e colori capaci di penetrarti l’anima e non abbandonarti più. Cantare “You’ll never walk alone” ad Anfield, per un appassionato di calcio, è l’apice massimo e incomparabile da poter raggiungere. Pur avendo una fede calcistica differente, da quel giorno, qualsiasi stadio abbia visitato, qualsiasi partita abbia vissuto, qualsiasi esperienza calcistica abbia provato, non ha neppur lontanamente retto il confronto con quella magica notte.

Credo che, seppur travolti dall’assoluta esaltazione di aver vinto la Premier, i cuori dei Reds siano irradiati solo in parte. Le desolanti immagini di Anfield, malinconicamente vuoto, minano profondamente euforie e celebrazioni.L’impossibilità di poter consacrare il piacere di una vittoria in quella mecca di passione e sogni, rende tutto dannatamente freddo, incolore, compromesso.Un trionfo del Liverpool, senza l’essenza stessa del Liverpool, non si può neppure definire trionfo.

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Formula 1 e Ferrarismo

Grazie Seb… Slanci, emozioni e bilanci di Vettel in Rosso

Un comunicato improvviso, per certi versi sconvolgente, questa mattina ha svegliato di soprassalto gli animi di milioni di appassionati da ogni angolo del mondo: Sebastian Vettel non sarà più un pilota della Ferrari. Una decisione sofferta e complessa, che si concede a svariati spunti di interpretazione.
Il pilota tedesco lascerà la Scuderia che ha amato sin da bambino, dopo straordinarie gioie e delusioni cocenti, attraverso 5 stagioni intensissime, nel bene e nel male usuranti, ricordando un’ulteriore ultima annata ancora da inaugurare e disputare.
Non doveva finire così…
Sembrava una storia perfetta, un matrimonio iniziato nel 2015 attraverso una trama romanzesca: Sebastian era cresciuto sognando di guidare, un giorno, quel Mito a quattro ruote all’epoca appartenuto al suo idolo e connazionale Michael Schumacher. Un decennio più tardi, divenuto pilota di Formula 1 e tetracampione del mondo, Sebastian aveva potuto finalmente concretizzare il proprio viscerale desiderio: vestirsi di rosso.
L’ambizione massima e unica di Seb era molto chiara: raggiungere l’immortalità sportiva vincendo il titolo iridato con la Ferrari.
Il quinquennio Vetteliano è stato dannatamente coinvolgente, per il popolo ferrarista, per la Scuderia e per Vettel stesso. Un lungo e tortuoso percorso caratterizzato da 3 stagioni di mediocrità di rendimento del mezzo (2015, 2016 e 2019) e 2 annate di rammarichi e rimorsi, per un Mondiale che poteva prendere la rotta verso Maranello e che invece ha drammaticamente intrapreso un percorso differente. Nel 2017 sono stati i problemi di affidabilità nella seconda parte di stagione a spegnere le speranze, ma nel 2018 è stato proprio Vettel a mancare, attraverso errori che tuttora non si perdona e non gli perdoniamo… la SF71H era una macchina da mondiale, punto.
Sebastian, pilota formidabile in gara e in qualifica, non ha saputo reggere la pressione del sedile più scottante al mondo, nei momenti che avrebbero potuto consacrarlo. Peccato, sarebbe stata l’apoteosi della sua carriera personale e della sua storia di vita.
Con l’arrivo di Leclerc in squadra i problemi non hanno potuto far altro che accentuarsi: il giovane monegasco ha inondato di nuove passioni ed entusiasmi il sentimento ferrarista; il baby fuoriclasse, ormai, si è preso il cuore dei Tifosi… quel cuore che prima era tutto per Sebastian.
Non credo che il mancato rinnovo sia per motivi economici e contrattuali, semplicemente Vettel e la Ferrari non hanno più il desiderio e la forza di lottare insieme. Non so se Sebastian vorrà continuare a guidare in Formula 1, ha qualità straordinarie, con la macchina giusta potrebbe tornare a dominare, ma uno sportivo nella propria carriera ha 2 aspirazioni: gloria e amore; dopo i 4 mondiali in Red Bull e il fiume di affetto ricevuto in Ferrari credo sia bello, sensato e per certi versi toccante finirla qui. Noi, Gente della Ferrari, a Sebastian abbiamo voluto bene davvero, perché a prescindere da vittorie, sconfitte, sorpassi ed errori, è stato, è e sempre sarà un Tifoso ferrarista, UNO DI NOI.

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Calcio Calcio Italiano

Disastro Sarri, i motivi di un progetto mai decollato

Il primo tempo della Juventus a Lione ha rasentato l’inosservabile. Un approccio alla gara squallido, che ha inorridito tifosi e addetti ai lavori, per quello che era il primo grande appuntamento europeo della stagione, terminato con un’inaspettata sconfitta, contro una squadra ottava in Ligue 1. L’ennesima prestazione incolore di un’annata che, al momento, resta positiva nei risultati, ma dannatamente priva di slanci nella qualità del gioco.
È arrivato il momento, quindi, dopo 7 mesi di gestione, di fare un primo bilancio sull’ esperienza bianconera di Maurizio Sarri. Non mi soffermerò sulle perlustrazioni nasali in conferenza stampa, le sputate per terra a bordo campo, le uscite infelici nelle interviste e la totale assenza di classe nell’abbigliamento: Sarri è stato ingaggiato dalla Juventus per ergere la squadra a un livello di gioco superiore, e questo deve essere, di conseguenza, l’unico parametro da analizzare sino a questo momento.
La Vecchia Signora, questa stagione, ha sempre e solo battuto i propri avversari per superiorità di organico e valore dei propri fuoriclasse; non ha mai, al contrario, superato le rivali grazie a una qualità di palleggio sovrastante, o una preparazione tattica in grado di imbrigliare le rivali. Cosa avvenuta, viceversa, ad esempio, nel doppio confronto Supercoppa-campionato dalla Lazio di Simone Inzaghi, capace di vanificare tutto il potenziale bianconero, inerme di fronte all’ordine tattico Biancoceleste.
È alquanto incredibile come, dopo circa 200 giorni di lavoro a Torino, Sarri non sia riuscito ad elevare la propria squadra ad uno step superiore; la Juventus gioca esattamente come a settembre: lenta nel possesso, prevedibile nelle trame di gioco, timida agonisticamente e, soprattutto, fragile difensivamente, fatto quasi mai avvenuto con Conte ed Allegri. Il continuo cambio di modulo, alla ricerca di una quadratura del cerchio che inesorabilmente non arriva mai, è la conferma di come Sarri stia cercando qualcosa che non trova, nonostante un Dybala mai così trascinante e un Ronaldo da record. Sicuramente alcuni fattori non lo aiutano: il centrocampo è il peggiore dai tempi di Felipe Melo – Aquilani, di un decennio fa; tutti i nuovi acquisti tranne De Ligt stanno deludendo e alcuni giocatori chiave come Douglas Costa e Chiellini sono stati fermi ai box per infortunio per troppo tempo.
È arrivato il momento di dare una svolta, perché la Juve è ancora in lotta su tutti i fronti e perché i trofei si sollevano in primavera; per rendere vittoriosa la stagione, però, serve un cambio di marcia drastico, sotto ogni punto di vista. Maurizio ha il tempo, gli uomini e la fiducia societaria alle spalle per rendere speciale questo 2020, confermandosi in campionato e cercando di raggiungere il sogno-ossessione Champions League.

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Formula 1 e Ferrarismo

Alonso e Raikkonen, il doppio, romanzesco, addio a F1 e Ferrari

Fernando, uno dei piloti più esaltanti di tutti i tempi e Kimi, uno tra i più amati di sempre, lasciano rispettivamente la Formula 1 e la Ferrari. Due personalità, per certi versi opposte, che hanno scritto alcune tra le pagine più importanti del Motorsport e tra le più emozionanti del Mito ferrarista: termina, malinconicamente, un capitolo della vita di ogni appassionato.

Fernando Alonso dice addio alla Formula 1 dopo 17 stagioni, 32 vittorie e 2 titoli mondiali; un campione unico, esaltante come pochi, capace di sorpassi mozzafiato e rimonte impronosticabili, tra i più grandi di tutti i tempi per talento e temperamento. Fernando deve essere ricordato per il numero di emozioni che ha saputo scaturire più per le statistiche che lo riguardano: è diventato un simbolo della Spagna e un idolo dell’Italia ferrarista nei suoi anni in Rosso, sfoggiando il proprio sconfinato carisma in pista e fuori. La vita in Formula 1 di Alonso, però, è ricca di dissapori e rimpianti brucianti: l’incapacità decisionale di Fernando l’ha portato a rifiutare sedili presto dominanti (Red Bull prima dell’era Vetteliana) o accettare offerte rivelatesi posteriormente umilianti (le ultime 4 stagioni in McLaren), il tutto condito dalla straordinaria e al tempo stesso struggente esperienza in Rosso. Uno dei più grandi rammarici della storia della Ferrari, appunto, consiste nel non aver reso vincente il binomio col pilota spagnolo, nonostante gare indimenticabili, due titoli mondiali persi all’ultima gara e uno sconfinato amore reciproco… Questa è la vera, grande macchia sulla carriera del fuoriclasse asturiano.

Rimpianto che non tocca Kimi-Matias Raikkonen, trionfatore col Cavallino nel 2007, che lascia la Scuderia di Maranello dopo 8 anni e innumerevoli ricordi. Kimi è stato e continuerà ad essere un personaggio unico al mondo, antidivo per eccellenza, asettico solo in apparenza, enigmaticamente ermetico, geniale ed esilarante nelle rare dichiarazioni alla stampa e attraverso i team radio. Per questo e molto altro ancora, Raikkonen è il pilota in attività con più tifosi al mondo, uomo e pilota impossibile da odiare, un grande uomo diventato leggenda. Kimi, a 39 anni, contribuirà alla crescita del nuovo team Sauber Alfa Romeo, mantenendo quindi il legame con il nostro Paese e con la grande famiglia Ferrari.

Si chiude un capitolo indimenticabile nella storia della Formula 1: non vedremo più Alonso lottare in pista come un leone e Kimi Raikkonen guidare una macchina rossa; nostalgia e malinconia fanno riaffiorare sconfinati ricordi nella mente di ciascuno di noi; Kimi e Fernando ci lasciano, ma bisogna guardare avanti, perché “i piloti passano, la Ferrari resta”.

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Calcio Calcio Italiano

Rinascimento azzurro, cosa scrissi dopo Italia-Svezia, quando toccammo il fondo

Sembrava la serata perfetta, ogni tassello appariva magicamente al proprio posto; ogni coro, bandiera, striscione e incitamento costituiva un sublime dettaglio che corniciasse la tanto attesa rimonta che ogni italiano sognava. La nostra nazionale, supportata da casa da decine di milioni di telespettatori, si è presentata a San Siro davanti a un pubblico da lacrime agli occhi, vero protagonista di una delle serate più drammatiche della storia dello sport tricolore. Gli 80.000 presenti hanno tifato, ancor più che con la voce, con l’anima, supportando incondizionatamente gli azzurri, in ogni momento della partita. È stata una serata sconvolgente, che non dimenticheremo mai. Abbiamo assistito a qualcosa di drammaticamente storico, pur vivendo emozioni uniche. Abbiamo dimostrato come il pubblico possa essere in tutto e per tutto il dodicesimo uomo in campo. Sugli spalti abbiamo rappresentato un intero Paese, tifando con quella fame e passione che tutto il mondo ci riconosce…non è bastato.

Il Mondiale dovrà fare a meno dell’Italia, gli italiani dovranno fare almeno del Mondiale. Non siamo riusciti a segnare neppure un gol in due partite, abbiamo espresso un gioco a tratti imbarazzante e abbiamo reso la mediocre Svezia una corazzata invalicabile. Ventura, uomo più odiato d’Italia, ha totalmente vanificato il potenziale che questa rosa potesse esprimere: non è riuscito, in due anni, a dare un’identità alla squadra, ha fatto disputare 15 minuti in due partite al talento più cristallino di cui disponesse, ha incomprensibilmente cambiato modulo con una frequenza inaudita, ha compiuto follie tattiche a ripetizione, ha tarpato le ali a campioni di indubbio valore, contribuendo, più di chiunque altro, a far sì che questo incubo si materializzasse.

Non siamo stati in grado di far disputare a Buffon il sesto Mondiale della sua vita, uscito in lacrime ed emotivamente distrutto. Gigi, dopo una carriera semplicemente leggendaria, non meritava di finire così.

Ci aspetta un’estate di estrema tristezza e malinconia. Gli italiani hanno fisiologicamente bisogno di unirsi e tifare Italia ai campionati del mondo: sognare, discutere, attendere, soffrire e gioire, uniti dalla stessa inesorabile passione. Ci sentiamo e sentiremo deprivati di una parte di noi, qualcosa che è dentro l’anima e il cuore di ogni italiano.

Niente! Niente ci unisce più di quella maglia azzurra, l’abbiamo sempre dimostrato. L’inno cantato lunedì all’80esimo minuto, a squarciagola, da tutto lo stadio, ha rappresentato una preghiera di speranza da pelle d’oca, che ci ha emozionato e resi visceralmente fieri di essere italiani. Il nostro Paese è legato, come nessun altro, a questo sport. È stata un’esperienza distruttiva ma ci sapremo rialzare, tornando a far sognare, gioire e delirare un’intera nazione. Forza Azzurri

Photo: Repubblica.it

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Automotive e motorsport Formula E

Gran premio di Formula E, dal vivo, a Roma: un nuovo, intrigante, orizzonte sportivo 

Possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che la Formula E abbia ancora molta strada da fare, ma possa, in altrettanto modo, aver molto da insegnare. Aver vissuto la giornata di Roma, nella sua interezza, mi ha permesso di apprezzare tutti i pregi sportivi, sociali e culturali che questo evento propone nel proprio DNA.

L’intera manifestazione è strutturata col profondo intento di andare incontro alle famiglie, creando una sorta di piccola città, all’interno della quale, oltre al circuito in sè, vi è la possibilità di vivere l’esperienza Formula E a 360 gradi, grazie ad aree fans ricche di colori, musica, spunti di arricchimento e condivisione, attraverso padiglioni di ogni genere, che accolgono i desideri di adulti e bambini, sotto ogni sfaccettatura. Le numerose partnership con marchi di entità mondiale, che lavorano per affinare tecnologie futuristiche, permettono di poter testare e usufruire di comfort e fonti di divertimento all’interno degli stand, adornati perfettamente per il pubblico.

L’evento Formula E non assume i puri connotati di una gara automobilistica sentita e vissuta, ma, quantomeno al momento, risulta essere una manifestazione straordinariamente piacevole, che unisce decine di migliaia di persone di culture, età ed esigenze diverse, esaltando i valori dello sport. I biglietti per l’evento sono proposti a prezzi davvero modesti e includono gadget di ogni genere, come berretti e bandierine gratuite, oltre a ticket omaggio per la consumazioni di cibi e bevande.

La Formula E, intesa invece come categoria automobilistica, ha enormi margini di miglioramento: le macchine, pur essendo meravigliose, sono costrette a limitare la propria potenza per non esaurire le batterie prima dell’arrivo al traguardo; inoltre, i corpo a corpo e i duelli ruota a ruota patiscono la decisiva limitazione della scarsa larghezza dei circuiti, che quasi mai consente l’affiancamento in curva delle monoposto.

Il numero di piloti dai nomi prestigiosi sta però crescendo e l’affinamento di regole e dettagli tecnici consentiranno ogni anno di rendere l’intero movimento ancora più interessante, imponendosi a livello mediatico e mondiale. L’augurio è che ciò avvenga nel modo più repentino e completo possibile, con, però, la speranza che questo intento di abbracciare famiglie e appassionati resti intatto, per non perdere in loro la sensazione di essere parte attiva e itinerante. Ho vissuto una giornata affascinante e soddisfacente, all’interno di un mondo che però deve indubbiamente crescere, con l’intento di evolvere la propria proposta da piacevole a indimenticabile.

Photo: Automoto.it

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Automotive e motorsport

Test drive Giulia Quadrifoglio Verde: carattere e stile italiano

Il nostro Paese è, da sempre, in modo indissolubile e ineguagliabile, legato al mondo dei motori. Questo senso di appartenenza che lega tutti noi ha scaturito modelli indimenticabili nel corso delle varie epoche storiche, che hanno esaltato la fantasia e l’amore per le quattro ruote in milioni di italiani. Alfa Romeo è uno dei marchi che ha maggiormente esaltato questo concetto, attraverso una storia per certi versi unica. Dopo anni di modelli di modesta entità, attraverso automobili senza capacità di scaturire brividi negli appassionati, Alfa ha presentato la nuova Giulia Quadrifoglio Verde… e ho avuto il privilegio di provarla.

Possiamo esordire affermando che il marchio del Biscione ha superato se stesso, concedendo ai propri appassionati un autentico capolavoro. Il piacere di guida è totale: sterzo, cambio e sospensioni scaturiscono sensazioni superlative, garantendo dolcezza e adrenalina al tempo stesso; la percezione di poter sprigionare una notevole potenza è abbinata ad un ammirevole livello di comfort, sfoggiato attraverso numerosi dettagli. Una peculiarità della Giulia Q.V. consiste nel poter essere utilizzata, con estremo piacere, sia per gareggiare in pista, sia per godersi l’abitacolo, lustrando i propri occhi con la cura estetica degli interni e usufruendo delle comodità garantite: si tratta di un’auto perfetta per ogni evenienza, tra piste, gite in famiglia, lunghi viaggi e tracciati di montagna. Il motore, un V6 Turbo da 510 cavalli, sprigiona un rumore non troppo elevato, riducendo lievemente la sensazione racing, ma aumentando la distensione alla guida. La frizione non è dura come si possa pensare, ma risulta smorzata il giusto, andando a determinare l’utilizzo di 6 marce ben frazionate. Il più grande pregio di Giulia Quadrifoglio Verde, però, è la compostezza: il pilota è in grado di mettere la macchina dove vuole, riuscendo a trasferire il proprio pensiero di traiettoria ideale nella concretezza dell’atto manuale, concedendosi, così, di poter attuare lo stile di guida desiderato in qualsiasi circostanza, grazie, inoltre, al perfezionato sistema di controllo DNA. Il differenziale, con 2 frizioni controllate elettronicamente, che garantiscono la coppia migliore alle ruote posteriori, la rendono divertentissima nella guida al limite.

Si tratta di una macchina che smuove emozioni e garantisce sensazioni profonde; un modello che ricorda in tutto e per tutto una M3, per cui è identica anche nel prezzo, 85.000 euro, ma di cui è superiore in prestazionalità pura: dettaglio sancito dal tempo sul giro sulla leggendaria pista del Nurburgring.

È una macchina che sancisce una svolta per il nostro Paese, un’automobile che in Italia aspettavamo da tanto, troppo tempo, e che possiamo sfoggiare con grande orgoglio.

Il marchio Alfa Romeo, sicuramente, ha ancora molta strada da percorrere per raggiungere gli apici dello spietato mondo del mercato automobilistico; possiamo affermare, però, che sta viaggiando sulla strada giusta, collocandosi al centro di un processo di crescita repentino ed esaltante, per la gioia di appassionati e sognatori.