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La Juve torna ad essere JUVENTUS

Due lunghi anni di difficoltà, ostacoli e mediocrità: una società confusa e disorientata, la SuperLega, il caso Suarez, Ronaldo che scappa all’improvviso e quasi gratis, le accuse sulle plusvalenze, risultati deprimenti, grigi e senza bagliori. Le ultime due stagioni della Juventus sono state un susseguirsi di scivoloni, come squadra e come club.

Era necessario invertire il trend, risollevare lo sguardo da una pozzanghera di mediocrità, per guardare lontano verso nuovi orizzonti oceanici. I cicli si chiudono, l’importante è fare di tutto per riaprirli. Il nuovo progetto estivo della società è chiaro: creare un gruppo di giovani talenti, di prospettiva, assemblati tra loro da senatori storici e un allenatore di grande esperienza, quell’Allegri cacciato con arroganza, per poi essere umilmente richiamato e idolatrato. Si è ricominciato a costruire, passo dopo passo.

Serviva però un colpo a effetto, un acquisto che desse un senso a tutto il resto, un giocatore che riaccendesse gli entusiasmi e desse un segnale alle rivali, un’operazione rumorosa, che urlasse: “Siamo tornati”. Il nuovo numero 7 della Juventus è Dusan Vlahovic, il perfetto identikit dell’investimento intelligente, acquisto di assoluta logica tecnico-economica, per non rischiare di restare fuori dalla Champions. CR7 era un progetto di respiro corto, DV7 rappresenta una prospettiva immediata, ma lontana, duratura, speciale. Dusan è tra i primi 3 giovani attaccanti al mondo, un 2000 di una completezza disarmante, che regala alla Juventus quei gol che servivano come il pane.

Vlahovic ha mille frecce al proprio arco, segna in ogni modo: progressione in campo aperto, tiro a giro, gol d’istinto, in acrobazia, su rigore e punizione, ha senso della porta e colpo di testa, un vero padrone dell’area di rigore. Dusan possiede uno stile di calciare fuori dal comune, impatta la palla sia in modo netto, secco, pulito ed esplosivo, sia morbido e delizioso; a tutto questo abbina una sana presunzione agonistica, necessaria per ambire al meglio.

La società Juventus ha avuto la forza di accantonare ogni trattativa sui rinnovi di contratto dei propri tesserati per dedicarsi al grande colpo invernale; ora Dusan determinerà tutta la fisionomia tattica della squadra e sarà il fattore che decreterà le scelte societarie contrattuali stesse, nodo-Dybala in primis.

La Juve torna ad essere quella società dallo strapotere di scelta sul mercato che conosciamo, quel club che ogni giocatore vuole raggiungere, a tal punto da rifiutare a priori qualsiasi altra offerta. Ora bisogna cominciare a scrivere nuovi vincenti capitoli a tinte bianconere, perché la Juve è tornata ad essere JUVENTUS.

Ph: http://www.Juventus.com

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Dalla pandemia al trionfo: resurrezione Nazionale

Il trionfo dell’Italia di Mancini è il trionfo di tutti noi italiani, aggrappati con le unghie agli ultimi diciotto mesi della nostra vita, nella speranza di ricominciare a gioire e ad abbracciarci. Tutto sta in quei Tricolori che hanno colorato capillarmente piazze, strade e balconi di ogni angolo d’Italia, quei Tricolori che prima significavano “ce la faremo” e oggi significano “ce l’abbiamo fatta”. 

Le lacrime di strazio si sono tramutate in lacrime di commozione: un intero Paese travolto da una gioia incontenibile, capace di riassaporare una celestiale nuova leggerezza, un raggio di sole che scalda i nostri cuori. Roberto Mancini ha compiuto una vera e propria missione sociale, determinando, con la propria impresa, non solo uno storico risultato sportivo, ma un commovente effetto popolare, riuscendo a ridonarci emozioni che ricordavamo, impolverate, in lontani cassetti della memoria. 

Come la storia recente della nostra Nazione, anche la Nazionale ha toccato il fondo per poi rialzarsi, passando dall’inferno al paradiso, al termine di un percorso straordinario, grazie al proprio commissario tecnico, l’unico visionario a credere in una resurrezione. Roberto ha rifondato la Nazionale sapendo cercare e trovare il talento, perché l’Italia, del talento, ne è da sempre la casa madre: popolo di artisti, pittori, scultori, inventori, navigatori, poeti, fuoriclasse nel creare, ideare, scoprire, cucinare, impugnare una matita o calciare un pallone.

Le conseguenze del lavoro di Mancini sono state immediate, con tre anni di gioco spumeggiante e una valorizzazione pazzesca del materiale umano a propria disposizione, attraverso un gruppo plasmato passo dopo passo, fatto di ragazzi straordinari, senza primedonne, campioni assoluti o fuoriclasse… ha vinto il gruppo, una famiglia di 26 amici che rappresentano un Paese intero. Siamo diventati campioni d’Europa dimostrando di essere i migliori, per coesione, per qualità di palleggio, per coraggio, tenacia e perfezione tattica.

La Nazionale è stata capace di mutare l’umore collettivo di ciascuno di noi: siamo passati da strade deserte e città fantasma ad un’apoteosi di gioia che ha abbracciato l’intero Stivale. Abbiamo affrontato una pandemia senza precedenti, un incubo lungo un anno e mezzo, sigillati in casa tra angosce, necrologi, preghiere e sirene di ambulanze. Siamo stati capaci di lottare e rialzarci, con le lacrime che ci scorrevano sui volti, ma con cuori battenti di orgoglio e dignità. Noi italiani non molliamo mai, uniti e compatti, coi piedi per terra ma sempre a testa alta, con lo sguardo rivolto al futuro, tra speranze e ambizioni.

Questa vittoria è per tutti gli italiani che hanno sofferto, è per chi non ce l’ha fatta, per coloro che ci hanno salvato, lavorando senza sosta, stremati, negli ospedali, assistendo al peggio. Ora affrontiamo il futuro con ottimismo e consapevolezza, ma non dimentichiamo tutto ciò che abbiamo passato, imparato e interiorizzato. 

Grazie Italia, Grazie Italiani.

ph: Sportmediaset

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Super League, l’assassinio del romanticismo calcistico

18 aprile 2021. Una data che segna un cambiamento epocale nella storia dello sport. La nascita della Super League spacca il calcio in due realtà: l’élite e i proletari; coloro che vivono di soldi e coloro che vivono di sogni.

Il Covid ha lacerato il mondo con cicatrici profonde; ciascuna istituzione sportiva sta operando per venire incontro alle difficoltà dei club più piccoli, poiché feriti maggiormente. Che cosa avviene, invece, nel mondo del calcio? Nasce una competizione senza precedenti in cui i potenti, i ricchi, i fortunati si affrontano tra di loro al fine di guadagnare sempre di più, spartendosi ricchezze mortificanti nei confronti di coloro che non vi possono partecipare.

Ciascuno dei 12 club fondatori, solo presenziando, si aggiudica 490 milioni di euro: un escamotage tanto geniale quanto antisportivo per autogenerarsi denaro. Un torneo con due gironi da 10 squadre (con 5 posti vacanti, da assegnare ogni anno sulla base dei risultati stagionali), che si affrontano in 18 turni iniziali, tra andata e ritorno, attraverso partite infrasettimanali tra una giornata di campionato nazionale e l’altra. Club che, dalla competizione, non possono uscire: partecipano e incassano inesorabilmente, a prescindere da successi e insuccessi acquisiti sul campo. Dov’è la meritocrazia? Il sudore che determina un risultato sportivo? L’impresa guadagnata coi sacrifici, con la pianificazione intelligente, con l’unità di intenti, l’estro, la genialità? La forbice tra i team partecipanti e i club estromessi si allarga a dismisura: centinaia di splendide realtà sparse per l’Europa, che nonostante le difficoltà, passo dopo passo, cercavano ogni anno di colmare il gap con l’élite del calcio, si ritrovano inermi di fronte a una nuova prospettiva che divide, allontana, discrimina. Club come l’Atalanta, la Roma, il Napoli, l’Everton, il Siviglia e il Valencia, che hanno fatto di tutto per raggiungere le potenti rivali di sempre, si ritrovano oggi indifesi e disarmati di fronte a una realtà che li vede allontanarsi anni luce.

I campionati nazionali, i veri habitat naturali del sentimento popolare, perderanno valore e prestigio: ci ritroveremo costretti a vedere in campo, ogni domenica, le seconde linee di ciascuna squadra, poiché i big dovranno preservarsi per le imminenti partite infrasettimanali della nuova Superlega; che cosa interesserà loro dei campionati, che generano in tasca due spiccioli e che non determinano neppure la loro futura presenza nella competizione internazionale, considerando che in ogni caso partecipano per diritto acquisito? Oltre a ciò, non si avrà più spazio per far disputare in settimana turni di campionato e coppe e sarà ancor più complesso ritagliare spazio per i match della Nazionale.

Sottolineo, inoltre, come la scelta dei club partecipanti sia dettata dall’attuale patrimonio economico, più che dal prestigio storico: club estromessi come l’Ajax hanno un palmares e una tradizione neppure paragonabile a società come il Manchester City, ad alti livelli da praticamente un decennio, solo dopo l’acquisizione dello sceicco Mansur.

Il congelamento delle squadre iscritte, peraltro, porterà ogni anno a vedere affrontare, tra di loro, gli stessi club: Real Madrid-Liverpool è una partita sublime per l’unicità della partita stessa, la straordinarietà dell’evento non può e non deve diventare routine; se l’avvenimento straordinario diventa ordinario perde completamente fascino e significato, come, del resto, ogni tassello esperienziale delle nostre vite.

Ciò che alimenta il calcio è il sogno, l’illusione, la speranza che qualcosa di impossibile diventi possibile, che l’impronosticabile si possa materializzare; una magica illusione che, seppur spesso utopistica, crea in ciascun appassionato un’adrenalina di cui non si può fare fare a meno. È il motivo per cui, tutti, abbiamo ammirato a occhi sognanti l’Atalanta in Champions League o il Leicester campione d’Inghilterra.

Il sistema calcio era già profondamente malato, per monte ingaggi abominevoli, incassi squilibrati da diritti televisivi, tonnellate di debiti per cui si è sempre chiuso un occhio, casi di calcioscommesse, doping e corruzione; oggi, però, quel sistema già malato è morto, ucciso da un assassino chiamato Super League, creato dai potenti.

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Foto: mancitysquare.com

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Juve, fotografia di un treno deragliato dopo 10 anni di viaggio

L’inscalfibile corazzata bianconera non esiste più: dopo nove anni di scudetti, numerose coppe nazionali e due finali di Champions, la Juventus ha perso lo scettro di Regina d’Italia. La sconfitta col Benevento è stata l’epilogo definitivo, la Juve non ha più la forza per tentare di restare aggrappata alla lotta scudetto.
È quindi già tempo dei primi bilanci, a prescindere dal finale di stagione ancora da disputare, con una qualificazione Champions ancora in discussione e una finale di Coppa Italia da giocarsi: la mancata vittoria del decimo scudetto consecutivo porta a riflessioni su scelte e strategie dalle radici profonde.

Partiamo con la costruzione della squadra, con Pirlo che ha da sempre richiesto un organico di grande qualità per poter attuare un gioco articolato e si ritrova, paradossalmente, con un centrocampo privo di estro e fantasia, dipendente dall’altalenanza di prestazioni di Arthur, peraltro spesso indisponibile. Ramsey e Rabiot costano 30 milioni di euro lordi a stagione e si beccano 30 altrettanti milioni di insulti dai propri tifosi: molli, apatici e monomarcia, avrebbero dovuto riportare qualità all’universo Juventus, hanno contribuito ad affossarne il valore tecnico. Pirlo ha sin dall’inizio espresso fermamente il desiderio di giocare a 3, con un regista e due mezzali, ma si è trovato costretto a disporre in campo 2 mediani, tarpando così le ali alle (comunque poche) qualità dei propri centrocampisti, destabilizzandone le caratteristiche tattiche (Bentancur in primis, considerato da Allegri “un’ottima mezzala”, ma “non in grado di giocare davanti alla difesa”). L’attacco è dannatamente incompleto: inconcepibile non avere, in un intero organico che ambisce a vincere tutto, una punta fisicamente prestante da inserire nei momenti di difficoltà, per dar più peso all’attacco, creando spazi per i compagni e andando a ricevere i cross dagli esterni, tra le grinfie delle chiuse difese avversarie. In qualsiasi club dell’intero globo terrestre, persino nell’ultima squadra oratoriale al mondo, quando si perde si inserisce una punta in più… la Juventus non può farlo.

Passiamo al capitolo Cristiano Ronaldo, acquistato per innalzare il Club a punto di riferimento nell’immaginario collettivo internazionale, sia per valorizzazione del brand (e sin qui c’è riuscito), sia per raggiungere la tanto agognata Champions League: quando CR7 è stato trascinante, gli è mancata la squadra attorno, quando invece, come quest’anno, le grandi prestazioni di Chiesa e compagni l’avrebbero aiutato, è stato lui a fallire. 35/40 gol a stagione perdono il proprio valore se nelle partite che contano fioccano i 4 in pagella. Concludiamo col tassello più importante, l’allenatore: da quando la Juventus ha scelto di sollevare dall’incarico Allegri, per cercare di percorrere la strada del bel gioco, la squadra ha perso la propria perfezione tattica e non ha neppure iniziato a giocare meglio; lo scudetto sarriano viene vinto, di fatto, per mediocrità e demeriti avversari, al termine di una stagione di attriti, incomprensioni e malumori. Per ricreare una nuova armonia viene scelto Andrea Pirlo, che è benvoluto dalla squadra, ma che non ha mai allenato neppure un squadra di bambini di 7 anni. Se si vuole proseguire col fuoriclasse bresciano bisogna dargli tempo, però bisogna credere fermamente nelle sue competenze e potenzialità, sennò si tratterebbe di tempo drammaticamente buttato.

Le valutazioni da fare sono numerose e complesse, ma adesso c’è una stagione da portare a termine, con dignità e orgoglio: sarebbe incredibile se Andrea Agnelli, che spinge ossessivamente per la Super Champions, si trovasse fuori persino da quella normale.

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Ibra e CR7: leggende senza tempo

 

Il pensiero comune che la società di oggi ci impone sta nel considerare, spesso, il nuovo, il moderno, il fresco, migliore. Il cellulare di ultima generazione è più efficiente del precedente, il modello di auto appena uscito domina per prestazioni il rivale più vecchio, lo sportivo a fine carriera deve lasciare spazio al giovane emergente.

Ibrahimovic e Ronaldo hanno rispettivamente 39 e 35 anni. Un’età in cui, in un calcio sempre più atletico, fisico e dinamico, un giocatore dovrebbe aver già appeso gli scarpini al chiodo o, quantomeno, sarebbe dovuto migrare verso campionati esotici dalla demenziale competitività. Questi due assoluti fuoriclasse, invece, sono le due stelle più abbaglianti della nostra Serie A; due diamanti inscalfibili, due vini di annata che migliorano col passare del tempo. Due leggende del calcio che stanno trascinando le rispettive squadre, inanellando prestazioni capolavoro, gol e giocate mozzafiato, dominando contro difensori come Koulibaly, Manolas, Skriniar, De Vrij, Chiellini, Romagnoli e Acerbi.

I due tratti comuni che determinano la miracolosa longevità dei due fenomeni sono la leadership e la dedizione al lavoro. Ronaldo e Zlatan sono, da sempre, maestri ineguagliabili di professionalità e abnegazione, esempi da seguire per qualsiasi compagno di squadra, esortazioni quotidiane a tirare fuori il meglio di sé, abbattendo limiti, alzando senza sosta l’asticella del proprio rendimento. Parliamo semplicemente dei due giocatori più carismatici dell’intero panorama calcistico mondiale, due figure trascinanti, in partita, in allenamento, nella vita. Ibra ha, sin dai primi giorni, rivoluzionato l’universo Milan, trasformando l’anima della squadra e dell’intera società. Cristiano ha innalzato la Juventus a club di totale entità internazionale, da un punto di vista sportivo, commerciale e mediatico; ha condotto la Vecchia Signora verso trofei prestigiosi e serate indimenticabili.

Oggi, sono i due capocannonieri del campionato, la “conditio sine qua non” di Juventus e Milan, ma, soprattutto, sono le due principali ragioni per cui milioni di italiani accendono i televisori, con occhi sognanti come bambini. Poter vedere Ibra e CR7 sfidarsi nel nostro campionato è un enorme privilegio, che in futuro ricorderemo orgogliosi, con un sorriso di affetto e malinconia.

 

Foto: calciomercato.com

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Juve-Atletico Madrid 3-0: quando la dote di non arrendersi è stigmatizzata nell’anima

Juventus Atletico Madrid 3-0. Un risultato da sogno, reso realtà. La Juve disputa un match perfetto, determinato da un livello qualitativo disarmante, una disposizione tattica che ha rasentato la perfezione e un agonismo estenuante, capace di sopraffare qualsiasi avversario.

La Vecchia Signora ha indossato l’abito da sera migliore possibile, condotta da un Cristiano Ronaldo epocale. Questo trionfo, però, va oltre le individualità e le statistiche: ha origini lontane e un significato ben più ampio. In 122 anni di storia, la Juventus ha scritto pagine gloriose del calcio italiano, vantando innumerevoli vittorie e un palmares semplicemente sconfinato. Tra tutti questi numeri vi è, però, un parametro ancor più essenziale, che non si misura dal numero di scudetti o coppe, ma da una virtù dell’anima: la capacità di non mollare mai. Una peculiarità unica, che traccia la storia bianconera attraverso un lungo viaggio, fin dal principio, da sempre e per sempre.

Questo club sormonta ostacoli esteriormente invalicabili e rinasce dopo tonfi apparentemente definitivi. Per il bene dei propri tifosi e per il male degli ossessivi compulsivi gufi avversari, la Juventus si rialza sempre… La Juventus non muore mai. La storia di questa squadra è sempre più forte di tutto ciò che le è avverso. Una storia fatta di grandi giocatori e grandi uomini; una storia emblematizzata in modo perfetto da Alessandro Del Piero, irraggiungibile simbolo juventino, che, nel 2006, ha capitanato un quintetto di fuoriclasse, composto da Buffon, Camoranesi, Nedved e Trezeguet, conducendoli nell’inferno della Serie B per rialzare le sorti della sua Juventus.

Questi 5 campioni, Palloni D’oro e Campioni del Mondo, pur di far risorgere il proprio club, hanno calcisticamente rinunciato a tutto. Un episodio emblematico, che esplica perfettamente perché la Juve sia capace di risollevarsi inesorabilmente: ha il dono della rinascita stigmatizzato nell’anima

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El Niño Torres: la carriera romanzesca di un mito del calcio moderno

Ci sono storie che vantano una sceneggiatura perfetta, favole dall’epilogo magico, che sanciscono lo sport come una delle sfaccettature più favolose dell’esistenza. Ieri, Fernando Torres, ha incoronato il proprio sogno di vincere un trofeo col club del suo cuore, dopo averne già annunciato l’addio.

El Niño, simbolo impareggiabile della storia rojiblanca, esordisce con l’Atletico a 17 anni, diventandone capitano a 19, attraverso una leadership senza precedenti per un ragazzo della sua età: Fernando è l’artefice del rinascimento dei colchonero, trascina i suoi alla promozione in Primera Division nel 2002 e rende, col passare degli anni, l’Atletico Madrid un club di fama internazionale. El Niño, tifoso rojiblanco fin da bambino, rifiuta faraoniche offerte da Real Madrid e Barcellona e sceglie un club estero, il Liverpool, per consacrarsi a livello mondiale, così da non tradire il club del suo cuore. Con i Reds Fernando diventa il miglior centravanti al mondo, idolo indiscusso di centinaia di milioni di bambini, che si immedesimano in quel giocatore dai lineamenti infantili. Torres fa impazzire Anfield, diventa campione d’Europa con la Spagna, realizzando il gol decisivo nella finale di Vienna e giunge terzo al Pallone d’Oro del 2008. Con la maglia del Liverpool Fernando batte record di marcature in successione, ma la disgrazia del grave infortunio al ginocchio del 2009 tarpa le ali al suo strapotere atletico… El Niño non sarà mai più quello di prima. Nel gennaio 2010 passa al Chelsea per la cifra record di 58 milioni di euro, ma incontra ostacoli apparentemente invalicabili: prestazioni e reti non arrivano, la stampa inglese lo deride e gli appassionati capiscono come El Niño non sia più quello di un tempo.

Fernando, però, affronta le velleità da straordinario professionista e, con tenacia e dedizione, diventa leggenda, consacrandosi uomo-chiave nei momenti-chiave: in due anni trionfa con Chelsea e Nazionale, vincendo Champions League, Europa League, Mondiale ed Europeo, attraverso reti decisive ed indimenticabili tra semifinali e finali. La nostalgia di casa, però, assale Fernando, che dopo altre 2 stagioni al Chelsea e una breve parentesi al Milan, coglie al volo l’opportunità di tornare nel “suo club”, portando in delirio il popolo colchonero. L’idolo rojiblanco torna a segnare, diventando il quinto marcatore nella storia del club, trascorre stagioni indimenticabili, prova la struggente delusione di perdere la finale di Champions nel derby, ma continua con tenacia a lavorare, nonostante il minutaggio cali progressivamente e gli anni passino. Il trionfo di ieri sera è la coronazione della carriera di uno straordinario attaccante e di un grande uomo, capace di far appassionare al mondo del calcio un’infinità di persone, come ambasciatore dei valori dello sport. Torres è stato per anni un centravanti unico nel suo genere, devastante in campo aperto, letale nel calciare da qualsiasi posizione, un fenomeno in campo e fuori. Ciò che ha fatto Fernando all’apice della propria carriera rimarrà per sempre nei ricordi degli appassionati di questo sport magico. El Niño ha saputo sfruttare gli anni di massimo splendore del suo talento ed è riuscito, con estrema tenacia, a rialzarsi dopo difficoltà, infortuni ed ostacoli.

Ogni giorno nascono migliaia di bambini che vedranno rotolare un pallone, qualora se ne innamorassero perdutamente sarà grazie a uomini come El Niño Torres.

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Liverpool campione d’Inghilterra senza Anfield: un trionfo privato di poesia

Erano passati 30 interminabili anni dall’ultimo campionato inglese vinto dal Liverpool. Un’attesa lancinante, sofferta, conclusa con un successo liberatorio, meritato come non mai, al termine di una stagione dominata, attraverso una cavalcata senza ostacoli e rivali. Una conquista che tuttavia, nella sua epicità, è avvolta da un velo di malinconia e amarezza.

Identificarsi nel “sentimento Liverpool” significa vivere di emozioni, suggestioni e commozioni: una tifoseria unica al mondo, che come nessun’altra abbina passione, tradizione, fascino e poesia. Il cuore pulsante di tutto ciò è Anfield, il luogo calcistico più mitologico al mondo, lo stadio che va oltre lo stadio. L’essenza del senso di appartenenza Red è trovarsi in questa cattedrale di passione, osservando la Kop, stringendo la propria sciarpa rossa tra le mani e cantando, tra altre 54 mila persone, “You’ll never walk alone”, preghiera laica dall’ineguagliabile trasporto, capace allo stesso tempo di esaltare, inorgoglire e commuovere chiunque abbia il privilegio di intonarla, ascoltarla, venerarla.

Ho avuto la fortuna di essere ad Anfield, nel 2015, in occasione del mio diciottesimo compleanno: un’emozione senza precedenti, ricca di note e colori capaci di penetrarti l’anima e non abbandonarti più. Cantare “You’ll never walk alone” ad Anfield, per un appassionato di calcio, è l’apice massimo e incomparabile da poter raggiungere. Pur avendo una fede calcistica differente, da quel giorno, qualsiasi stadio abbia visitato, qualsiasi partita abbia vissuto, qualsiasi esperienza calcistica abbia provato, non ha neppur lontanamente retto il confronto con quella magica notte.

Credo che, seppur travolti dall’assoluta esaltazione di aver vinto la Premier, i cuori dei Reds siano irradiati solo in parte. Le desolanti immagini di Anfield, malinconicamente vuoto, minano profondamente euforie e celebrazioni.L’impossibilità di poter consacrare il piacere di una vittoria in quella mecca di passione e sogni, rende tutto dannatamente freddo, incolore, compromesso.Un trionfo del Liverpool, senza l’essenza stessa del Liverpool, non si può neppure definire trionfo.

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Disastro Sarri, i motivi di un progetto mai decollato

Il primo tempo della Juventus a Lione ha rasentato l’inosservabile. Un approccio alla gara squallido, che ha inorridito tifosi e addetti ai lavori, per quello che era il primo grande appuntamento europeo della stagione, terminato con un’inaspettata sconfitta, contro una squadra ottava in Ligue 1. L’ennesima prestazione incolore di un’annata che, al momento, resta positiva nei risultati, ma dannatamente priva di slanci nella qualità del gioco.
È arrivato il momento, quindi, dopo 7 mesi di gestione, di fare un primo bilancio sull’ esperienza bianconera di Maurizio Sarri. Non mi soffermerò sulle perlustrazioni nasali in conferenza stampa, le sputate per terra a bordo campo, le uscite infelici nelle interviste e la totale assenza di classe nell’abbigliamento: Sarri è stato ingaggiato dalla Juventus per ergere la squadra a un livello di gioco superiore, e questo deve essere, di conseguenza, l’unico parametro da analizzare sino a questo momento.
La Vecchia Signora, questa stagione, ha sempre e solo battuto i propri avversari per superiorità di organico e valore dei propri fuoriclasse; non ha mai, al contrario, superato le rivali grazie a una qualità di palleggio sovrastante, o una preparazione tattica in grado di imbrigliare le rivali. Cosa avvenuta, viceversa, ad esempio, nel doppio confronto Supercoppa-campionato dalla Lazio di Simone Inzaghi, capace di vanificare tutto il potenziale bianconero, inerme di fronte all’ordine tattico Biancoceleste.
È alquanto incredibile come, dopo circa 200 giorni di lavoro a Torino, Sarri non sia riuscito ad elevare la propria squadra ad uno step superiore; la Juventus gioca esattamente come a settembre: lenta nel possesso, prevedibile nelle trame di gioco, timida agonisticamente e, soprattutto, fragile difensivamente, fatto quasi mai avvenuto con Conte ed Allegri. Il continuo cambio di modulo, alla ricerca di una quadratura del cerchio che inesorabilmente non arriva mai, è la conferma di come Sarri stia cercando qualcosa che non trova, nonostante un Dybala mai così trascinante e un Ronaldo da record. Sicuramente alcuni fattori non lo aiutano: il centrocampo è il peggiore dai tempi di Felipe Melo – Aquilani, di un decennio fa; tutti i nuovi acquisti tranne De Ligt stanno deludendo e alcuni giocatori chiave come Douglas Costa e Chiellini sono stati fermi ai box per infortunio per troppo tempo.
È arrivato il momento di dare una svolta, perché la Juve è ancora in lotta su tutti i fronti e perché i trofei si sollevano in primavera; per rendere vittoriosa la stagione, però, serve un cambio di marcia drastico, sotto ogni punto di vista. Maurizio ha il tempo, gli uomini e la fiducia societaria alle spalle per rendere speciale questo 2020, confermandosi in campionato e cercando di raggiungere il sogno-ossessione Champions League.

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Rinascimento azzurro, cosa scrissi dopo Italia-Svezia, quando toccammo il fondo

Sembrava la serata perfetta, ogni tassello appariva magicamente al proprio posto; ogni coro, bandiera, striscione e incitamento costituiva un sublime dettaglio che corniciasse la tanto attesa rimonta che ogni italiano sognava. La nostra nazionale, supportata da casa da decine di milioni di telespettatori, si è presentata a San Siro davanti a un pubblico da lacrime agli occhi, vero protagonista di una delle serate più drammatiche della storia dello sport tricolore. Gli 80.000 presenti hanno tifato, ancor più che con la voce, con l’anima, supportando incondizionatamente gli azzurri, in ogni momento della partita. È stata una serata sconvolgente, che non dimenticheremo mai. Abbiamo assistito a qualcosa di drammaticamente storico, pur vivendo emozioni uniche. Abbiamo dimostrato come il pubblico possa essere in tutto e per tutto il dodicesimo uomo in campo. Sugli spalti abbiamo rappresentato un intero Paese, tifando con quella fame e passione che tutto il mondo ci riconosce…non è bastato.

Il Mondiale dovrà fare a meno dell’Italia, gli italiani dovranno fare almeno del Mondiale. Non siamo riusciti a segnare neppure un gol in due partite, abbiamo espresso un gioco a tratti imbarazzante e abbiamo reso la mediocre Svezia una corazzata invalicabile. Ventura, uomo più odiato d’Italia, ha totalmente vanificato il potenziale che questa rosa potesse esprimere: non è riuscito, in due anni, a dare un’identità alla squadra, ha fatto disputare 15 minuti in due partite al talento più cristallino di cui disponesse, ha incomprensibilmente cambiato modulo con una frequenza inaudita, ha compiuto follie tattiche a ripetizione, ha tarpato le ali a campioni di indubbio valore, contribuendo, più di chiunque altro, a far sì che questo incubo si materializzasse.

Non siamo stati in grado di far disputare a Buffon il sesto Mondiale della sua vita, uscito in lacrime ed emotivamente distrutto. Gigi, dopo una carriera semplicemente leggendaria, non meritava di finire così.

Ci aspetta un’estate di estrema tristezza e malinconia. Gli italiani hanno fisiologicamente bisogno di unirsi e tifare Italia ai campionati del mondo: sognare, discutere, attendere, soffrire e gioire, uniti dalla stessa inesorabile passione. Ci sentiamo e sentiremo deprivati di una parte di noi, qualcosa che è dentro l’anima e il cuore di ogni italiano.

Niente! Niente ci unisce più di quella maglia azzurra, l’abbiamo sempre dimostrato. L’inno cantato lunedì all’80esimo minuto, a squarciagola, da tutto lo stadio, ha rappresentato una preghiera di speranza da pelle d’oca, che ci ha emozionato e resi visceralmente fieri di essere italiani. Il nostro Paese è legato, come nessun altro, a questo sport. È stata un’esperienza distruttiva ma ci sapremo rialzare, tornando a far sognare, gioire e delirare un’intera nazione. Forza Azzurri

Photo: Repubblica.it