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Formula 1 e Ferrarismo

Carlo XVI Re d’Italia

La frase “io c’ero“, tanto semplice quanto straordinaria nel proprio intimo significato, sigilla al meglio l’eterno ricordo che accompagnerà gli oltre centomila italiani presenti all’Autodromo di Monza domenica 1° settembre 2024.
Un tripudio totale, tra picchi di incontrollabile adrenalina e attimi di profonda commozione. L’impresa di Leclerc e della Ferrari ha portato la firma autentica di ciascuno degli spettatori presenti sugli spalti del Tempio della Velocità, senza alcuna esclusione: tutti hanno partecipato attivamente a un trionfo di italianità, un esasperato vento di passione che ha spinto Charles fino alla bandiera a scacchi. Non avevo mai assistito a un tale delirio collettivo. La vittoria del 2019, per quanto grandiosa, non aveva saputo toccare l’apogeo di domenica. Tra Charles e il popolo ferrarista, in questi cinque anni, si è sedimentato un rapporto estremamente sfaccettato, declinato in vittorie grandiose, ma anche in angosce collettive. In quasi sei stagioni, i ferraristi e il loro beniamino hanno condiviso le stesse emozioni, di gara in gara, tra auto dannatamente prive di performance e weekend tormentati da sfortune e fatalità sportive. Oggi Charles è amato nel profondo perché è conosciuto nel profondo.
In questo secondo trionfo, l’empatia tra pilota e pubblico ha toccato apici senza precedenti. Per questo, l’emozione è stata incomparabile. Sulle tribune, donne e uomini di ogni età sono scoppiati in lunghi pianti. Bambini a occhi sognanti continuavano a saltare e a urlare, come se ciò a cui stessero assistendo fosse più grande della loro immaginazione. La corsa sotto al podio, culminata con un Inno di Mameli cantato a squarciagola, rappresenta la miglior cartolina che l’Italia sportiva possa donare al mondo intero. Eccellenza, passione, bellezza.
Un senso d’appartenenza inavvicinabile, una seconda pelle per decine di milioni di persone, uniti sotto un’unica bandiera.
Grazie Charles, Grazie Ferrari.

Photo: Eurosport Italia

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Formula 1 e Ferrarismo

Charles Leclerc e Gilles Villeneuve, l’emozione oltre il risultato

Posso raccontarvi, con infantile entusiasmo e un pizzico di orgoglio, che iniziai a seguire ossessivamente Leclerc sin dall’esordio in GP3 nel 2016: lessi sui giornali di un ragazzino monegasco della Ferrari Driver Academy che avrebbe fatto parte del campionato dell’attuale Formula 3.

In queste 6 stagioni non mi sono mai perso neppure una sua gara, tra live e registrazioni, né nelle categorie minori, dove vinse dominando entrambi i campionati, né tantomeno in Formula 1, tra Alfa Romeo e Ferrari. Restai subito rapito dal suo rendimento costante, di disarmante maturità e intelligenza, abbinato a una selvaggia spettacolarità, con cui incantava gli occhi dei telespettatori: dominante su ogni pista, capace di manovre impensabili, sorpassi mozzafiato e feroci duelli corpo a corpo. Accendevo il televisore solo per guardarlo e supportarlo, con l’assoluta certezza che un fenomeno di tale caratura non solo avrebbe fatto strada, ma sarebbe arrivato in Ferrari entro 3 anni.

Charles mi ha trasmesso, sin dall’inizio, un’energia speciale, capace di riportare alla mente racconti, immagini e aneddoti di un automobilismo d’altri tempi, fatto di solo istinto, guida, talento e percezioni innate. Quelle stesse percezioni ed emozioni che leggo negli occhi di tutti quegli appassionati e tifosi, di generazioni ben distanti dalla mia, con cui mi soffermo a fare due chiacchiere in tribuna a Monza o a Montecarlo, ogni anno. Mi ha sempre stupito come la figura di Gilles Villeneuve sia sempre e comunque al primo posto nei cuori di ciascuno di loro: quando si parla di Gilles, il loro tono di voce si veste di entusiasmo e commozione, gli occhi si fanno umidi, gli sguardi si accendono. Pazzesco che cosa abbia determinato nel popolo ferrarista un pilota che ha vinto solo 6 gare in carriera senza aggiudicarsi alcuna Corona iridata.

Charles Leclerc è in grado di determinare, a distanza di 40 anni dall’epoca di Gilles, tutto questo: l’emozione capace di andare oltre al risultato, entusiasmando interi autodromi e fedi sportive, elettrizzati da tonnellate di adrenalina. Mi sono consapevolizzato definitivamente sul binomio Charles-Gilles assistendo dal vivo all’apoteosi monzese del 2019, ma la gara capolavoro di Silverstone di settimana scorsa è stata la pennellata finale di un quadro fatto di pura emozione, un quadro firmato Charles Leclerc e Gilles Villeneuve.

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Lewis Hamilton e Fernando Alonso, la solitudine dei numeri uno

Fuoriclasse unici nel loro genere, due cavalieri dell’asfalto tanto fenomenali quanto diversi, che con le proprie gesta hanno tracciato strade sempre più distanti tra loro, per due carriere che sono giunte ormai agli ultimi capitoli.

Oggi, Hamilton scende in pista per cercare di aggiudicarsi l’ottavo titolo mondiale, Alonso lotta come un leone per una quindicesima posizione: due storie diametralmente opposte, con un principio comune, da compagni di squadra. Dopo il titolo mondiale-suicidio del 2007, Lewis e Fernando hanno intrapreso percorsi profondamente opposti, accomunati dallo sconfinato talento e passione. È giunto il momento, a 14 stagioni da Interlagos 2007, di pesare il fascino di queste due leggende scritte da autori sublimi, non considerando il solo palmares, ma il numero di emozioni che hanno saputo generare.

Il freddo confronto in numeri sarebbe impietoso: Lewis è il pilota più vincente nella storia della Formula 1, con 96 vittorie, 98 pole position e 7 Corone iridate, come Michael Schumacher; la domanda che tutti prima o poi si sono posti è scontata e semplice: Hamilton vale 5 titoli mondiali più di Alonso? Neppure la mamma di Lewis risponderebbe sì. Campione unico, esaltante come pochi, capace di sorpassi mozzafiato e rimonte impronosticabili, Fernando è tra i più grandi di tutti i tempi per talento e temperamento. Dal giorno in cui Senna ha raggiunto il Cielo, nessun pilota ha saputo, nel corpo a corpo, far esaltare gli appassionati come Alonso: un inimitabile animale da gara.

La grandezza di Lewis, invece, sta nell’aver rasentato la perfezione innumerevoli volte, sfoggiando qualità da semidivinità, come baciato dal cielo: gare leggendarie, capolavori strategici, miracoli su piste allagate e giri da qualifica, appunto, alla Ayrton Senna. Ciò che rende Alonso e Hamilton così diversi è quindi rappresentato dalle decisioni: ciò che scegli è ciò che diventi. L’incapacità decisionale di Fernando l’ha indotto a rifiutare sedili presto dominanti (Red Bull prima dell’era Vetteliana) o accettare offerte rivelatesi posteriormente umilianti (le ultime 4 stagioni in McLaren), il tutto condito dalla straordinaria e al tempo stesso struggente esperienza in Rosso. Mentre Alonso era in preda a tormenti e frustrazioni, Hamilton elevava se stesso a un livello superiore: dopo la cocente delusione del mondiale 2016, Lewis è diventato un pilota nuovo, di una costanza e impeccabilità fuori dal comune… dal 2017 in poi, Lewis è risultato imbattibile, a discapito, soprattutto, di un Sebastian Vettel incapace di reggere la sfida, nonostante Ferrari iper competitive tra le proprie mani.

Oggi abbiamo il privilegio di riaverli entrambi in pista, per una stagione che si preannuncia spettacolare per svariati motivi, ma la magica speranza è che il Cielo e la rivoluzione regolamentaria ci regali nuovamente, nel 2022, selvaggi duelli tra Lewis e Fernando, gli eroi del vento.

 

Foto: Eurosport.it

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Formula 1 e Ferrarismo

Bentornata Formula 1, ci sei mancata…

Formula 1 ci sei mancata, abbiamo bisogno di te. Il periodo è dannatamente complesso, per certi versi scoraggiante; siamo assediati da cattive notizie, non possiamo vedere le persone che amiamo e a cui teniamo, da un anno consideriamo la normalità come uno straordinario traguardo lontano da raggiungere… una bandiera a scacchi tanto distante da apparirci inarrivabile.

Ci serve la nostra passione più grande, l’amore per le monoposto, per i nostri idoli, per la spettacolarità di sorpassi mozzafiato, di selvaggi duelli ruota a ruota, di pole lap capolavoro in trance agonistica, di strategie geniali. Abbiamo, più che mai, bisogno dello sport, del nostro sport, per riassaporare quel gusto di libertà, leggerezza ed entusiasmo che il Covid ci ha strappato via. Abbiamo talmente necessità di tutto ciò che il risultato sportivo di chi ci fa battere il cuore perde la naturale, usuale priorità: l’importante è che la Formula 1 ci sia, punto. Vogliamo e dobbiamo cominciare a rivivere certe sensazioni, trepidazioni, commozioni, dalla rilassante serenità del venerdì, gustandoci le sessioni di prove libere, cercando di carpirne più dettagli possibili, al sospiro di liberazione dell’ultimo giro della domenica, passando per l’adrenalina del Q3 e la tensione della partenza, con le 20 macchine in griglia.

Abbiamo tremendamente bisogno di tutto ciò: lo sport come mezzo attraverso il quale espellere negatività e pesantezza, spogliandoci da quel velo di tristezza che ci avvolge da un anno, cercando di alleviare preoccupazioni, timori e angosce, sperando di abbracciarci di nuovo, il prima possibile, tra bandiere e striscioni, sugli spalti degli autodromi.

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Capolavoro Leclerc a Monza: il trionfo Ferrari che unisce l’Italia 

I campioni di ogni era della Formula 1, nel corso dei decenni, da Lauda a Schumacher, passando per Scheckter e Regazzoni, hanno sempre inesorabilmente dichiarato che non esiste alcuna emozione paragonabile alla gioia di vincere a Monza guidando la Ferrari. Per un Tifoso assistere a un trionfo di tale portata, partecipando attivamente con incitamento, urla e preghiere sportive, in mezzo a oltre 100.000 persone vestite di rosso, nel tempio della velocità, non può far altro che, in due parole, arricchirne l’anima, lasciando un ricordo indelebile in quei cuori palpitanti.

Leclerc rende possibile l’impossibile, esaltando vecchie e nuove generazioni, rievocando nostalgicamente Gilles Villeneuve nei più anziani e esaltando bambini e ragazzini che trovano in lui un idolo di assoluta purezza. Dannatamente talentuoso in pista e meravigliosamente semplice come persona; un 21enne che ha fatto sognare un autodromo, un Paese e un popolo intero, realizzando, nel giro di una settimana, la vittoria a Spa e l’apoteosi Rossa a Monza. Charles ha negli occhi qualcosa di speciale, la perdita del padre a soli 19 anni l’ha reso ancor più maturo di quanto già non fosse, in pista e nella vita, consentendogli di guidare come solo un fuoriclasse esperto è in grado di fare: cinico, determinato, freddo e deciso, abbinando manovre esaltanti a un irrisorio numero di errori. In un periodo storico in cui, come italiani, ci troviamo a scontrarci e a spaccarci in due per orientamenti politici, il sentimento Ferrari diventa uno stato sociale popolare che unisce l’Italia come solo la Nazionale di calcio sa fare, colorando di un unico colore l’intera Piazza Duomo mercoledì e l’autodromo di Monza durante la totalità del weekend.

Vedere persone di ogni età in lacrime e deliranti, abbracciarsi, senza neppure conoscersi, ci fa capire cosa significhi fare parte di questa famiglia che è, per decine di milioni di persone in ogni angolo del mondo, una seconda pelle. La Nazionale Italiana dei motori ci ha regalato a Monza emozioni e immagini che non dimenticheremo mai, a partire dall’inno cantato a squarciagola sotto al podio, scaturendo un senso d’appartenenza che nessun’altra scuderia al mondo è in grado di neppur minimamente determinare: quando vince la Ferrari, vince l’Italia… vincono gli italiani, quegli italiani che da oggi si sentono più completi, come tifosi, come sportivi, come persone.

Grazie Charles, Grazie Ferrari.

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Ferrari: futuro h24

L’inaspettata notizia di Ferrari nuovamente protagonista nella classe regina di Le Mans dal 2023 ha toccato corde speciali in ciascun ferrarista: Le Mans è la storia del motorsport e Ferrari ne ha determinato il mito. Una gara logorante che conduce nell’Olimpo dei motori i campioni capaci di vincerla; piloti-eroi, cavalieri delle 4 ruote, che sfidano i propri limiti, guardando (sin troppo spesso) la morte in faccia. Va a ricrearsi un binomio straordinario, fatto di trionfi, immagini iconiche e nostalgie di un automobilismo genuino, puro e spericolato che oggi ci ha in parte abbandonato. John Elkann ha spiazzato tutti, annunciando una Hypercar del Cavallino in pista, in battaglia per la vittoria assoluta, a mezzo secolo esatto dall’ultima volta: era il 1973.

La scelta del presidente della Ferrari è tanto entusiasmante per i propri tifosi quanto logica: la riduzione del budget cap in F1 ha determinato una rivisitazione della sezione sportiva di Maranello; la decisione di lanciarsi nuovamente nell’orbita di Le Mans consente di preservare la totalità dei posti di lavoro, trasferendo parte di ingegneri, progettisti e meccanici alla lavorazione della macchina che tra 2 anni sfreccerà tra le iconiche curve francesi.

Dal giorno della morte di Sergio Marchionne, alla Ferrari è mancata una figura di riferimento, un condottiero, un uomo carismatico capace di combattere in prima persona contro le difficoltà, come un capitano di una nave pronto, coi propri marinai, ad affrontare la tempesta; un leader sempre presente in pista, determinato a metterci la faccia in qualsiasi circostanza, in grado di saper parlare al proprio popolo, facendo trasparire la propria sofferenza per i drammatici risultati, arrivando alla pancia della tifoseria, come Enzo Ferrari e Montezemolo in passato. La dirigenza Ferrari avrebbe dovuto imporsi maggiormente sui regolamenti, battere i pugni sul tavolo per il motore “illegale” 2019, forti del nome del marchio che rappresentano e dell’ascendente che vantano sul pianeta-F1. John Elkann, però, con la sua razionale moderatezza, sta parsimoniosamente ricreando un ambiente sereno, coeso, ambizioso, pronto a sbocciare a Le Mans e, soprattutto, capace di gettare le basi per poter resuscitare dalle macerie in Formula 1.

La coppia Leclerc-Sainz, line-up più giovane in Ferrari dal 1968, è la conferma di come la parola chiave a Maranello sia FUTURO, con l’augurio che possa essere raggiante.

 

Foto: MotorSport.com

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Grazie Enzo, grazie Ferrari

Modena, 18 febbraio 1898: una nevicata tanto romanzesca quanto copiosa fa da cornice ad un avvenimento che avrebbe cambiato la storia del nostro Paese: da Alfredo e Adalgisa nasce il piccolo Enzo Ferrari.

Nessuno, in quel bianco pomeriggio, avrebbe mai immaginato che quel bimbo, un giorno, avrebbe creato il marchio più influente dell’intero globo terrestre, dando vita a una religione sportiva che avrebbe tenuto impegnati miliardi di cuori battenti di pura passione. Enzo, da sempre visceralmente legato all’universo delle automobili, grazie all’officina del padre, è cresciuto col sogno di imporsi nel mondo delle corse, prima come pilota, poi come costruttore. Personaggio straordinariamente moderno, visionario, cinico, leader, anticipatore dei tempi, genio nel gestire uomini e risorse, Enzo ha incarnato il perfetto spirito imprenditoriale, abbinato all’ossessiva ricerca di soddisfare la propria travolgente vocazione. Uomo introverso e indecifrabile, Ferrari ha vissuto un’esistenza ricca di sconforto e dolori personali, nascondendo dietro gli immancabili occhiali scuri le proprie emozioni. La scomparsa del figlio Dino e le morti in pista dei propri piloti lo hanno profondamente segnato, a tal punto da renderlo asettico agli occhi della gente. Enzo è morto 3 volte: il giorno in cui Dino ha raggiunto il cielo, il giorno in cui Gilles Villeneuve ha perso la vita tra le curve di  Zolder e, infine, il giorno della sua scomparsa, il 14 agosto 1988.

Le innumerevoli storie giunte da Maranello e dagli autodromi di ogni angolo del mondo ci raccontano di un uomo tanto potente quanto emotivamente insicuro, un leader segnato da fragilità, debolezze e sconforti, contro cui ha saputo unicamente combattere dedicando anima e corpo alla propria leggenda a 4 ruote. Enzo ha sempre anteposto il bene della Scuderia agli interessi personali, lavorando ininterrottamente sino all’ultimo istante della propria vita. I rapporti con Nuvolari, Ascari, Castellotti, Fangio, Lauda, Regazzoni, Alboreto, Mauro Forghieri e Gilles Villeneuve hanno arricchito Enzo come patron e come uomo, rendendo ancor più speciale il mito del Cavallino.

La Ferrari, in pista, ci ha fatto soffrire, gioire, piangere e delirare, vincendo 238 gare, 15 mondiali piloti e 16 titoli costruttori, diventando simbolo impareggiabile e insostituibile di questo sport: Formula 1 è Ferrari, Ferrari è Formula 1.

Oltre a ciò che rappresenta nell’immaginario collettivo mondiale, il Cavallino è, innanzitutto, ciò che evoca nelle anime degli italiani: il “sentimento Ferrari” rappresenta, da sempre, la passione più cocente dell’esistenza di nostri innumerevoli connazionali, rendendoci “l’unico Paese al mondo a vantare due nazionali: una Azzurra e una Rossa”.

Enzo e le vittorie della Scuderia hanno reso il “Ferrarismo” uno stile di vita, un’ossessione, uno stato sociale, un carburante che ci scorre nelle vene e che alimenta il nostro cuore, tramutando il viaggio della nostra vita in un Gran Premio, fatto di curve, ostacoli, errori e difficoltà, con la straordinaria illusione di raggiungere trionfali, sventolanti, bandiere a scacchi.

 

Foto: MGMT Magazine

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Hamilton-Russell-Verstappen: un pericoloso Tris d’assi

Siamo reduci dall’ufficialità dell’accordo sul rinnovo di Lewis Hamilton, tanto atteso (e per certi versi scontato) quanto anomalo, nelle tempistiche e nelle modalità di raggiungimento. Lewis guadagnerà 40 milioni di euro per la stagione 2021. La Mercedes e il campione inglese valuteranno reciprocamente se proseguire insieme – al netto anche delle sensazioni prestazionali sul progetto 2022 – che sancisce l’inizio di una nuova era regolamentare.

L’ulteriore futuro rinnovo, però, è tutt’altro che scontato, per forze opposte che attraggono Mercedes verso variegate decisioni e direzioni. Il team di Toto Wolff sta valutando ogni alternativa possibile per il futuro. Analizziamo insieme le opzioni sul piatto: Hamilton è il pilota più competitivo in circolazione e uno dei migliori di tutti i tempi, ma inizierebbe la stagione 2022 da 37enne. Contemporaneamente, Mercedes è consapevole di come Max Verstappen sia uno dei talenti più cristallini del paddock e che farebbe carte false per vestirsi d’argento; l’olandese ha 12 anni in meno e costerebbe, al momento, 15 milioni di euro all’anno, un terzo del fuoriclasse britannico.

Entra in gioco, inoltre, la raggiante figura di George Russell, campioncino classe ’98, già in orbita Mercedes, che quest’anno ha umiliato Bottas nel weekend in cui ha sostituito Hamilton, malato di Covid. La prestazione di George, nel Gran Premio di Sakhir, ha smosso molto nell’immaginario collettivo: vedere un esordiente annientare Bottas, compagno di squadra, che siede su quel sedile da 4 stagioni, ha affossato il finlandese stesso (anche se accanto a te dovesse esordire Ayrton Senna, avresti comunque il dovere di dominarlo dalla prima prova libera sino all’ultimo giro di gara ); come se non bastasse, l’exploit di Russell ha scalfito persino l’immagine da supereroe creata attorno a Lewis, ridimensionando l’epicità del suo palmares. Russell è un profilo perfetto, giovanissimo ma maturo, umile ma carismatico… potrebbe diventare il Leclerc di Mercedes.

A questo punto la palla passa a Hamilton: se Lewis confermerà la propria totale superiorità, la scuderia di Stoccarda non avrà motivo di cambiare “capitano”; nel caso in cui, invece, il britannico dovesse far trasparire un fisiologico calo di rendimento dovuto all’età e Bottas dovesse confermare la propria mediocrità, non ci sarà da stupirsi se Mercedes si presenterà in pista a marzo 2022 con una line-up completamente nuova. Con attesa e irrefrenabile curiosità, godiamoci la stagione 2021…

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Foto: MotorBox.com

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12 settembre 2021 : nostalgia e speranza

Profumo di benzina e gomma bruciata, bandiere sventolanti, boati, trombette che suonano all’impazzata, coreografie mozzafiato. Da un anno, negli autodromi italiani e di ogni angolo del mondo, dobbiamo rinunciare a tutto questo, e molto altro ancora. Il Covid ci ha privato di impareggiabili emozioni, che sul divano di casa non saremmo mai capaci di assaporare.

Possiamo avere i migliori televisori sul mercato, con le più straordinarie tecnologie possibili, risoluzioni 4K, interattività, on board, replay, ma tutto ciò non si avvicina neppure lontanamente all’emozione di vivere un Gran Premio in pista. Ci manca l’adrenalina di alzarci presto alla mattina, disposti a prendere tonnellate di pioggia pur di assistere a un sorpasso che ci farà battere il cuore; ci mancano gli abbracci con la gente sugli spalti, di cui non conosciamo nulla, tranne la cocente passione che ci accomuna; ci mancano i nostri pugni, chiusi, agitati al vento per inneggiare gli idoli che amiamo; ci mancano le lacrime sotto al podio, avvolte dalle note dell’Inno che rende le nostre vite speciali; ci manca l’appartenere a una marea Rossa, di centomila persone, che ci inorgoglisce più di qualsiasi altra cosa al mondo.

Le immagini della vittoria di Leclerc a Monza ci appaiono tanto leggendarie quanto distanti, appartenenti a un mondo dannatamente diverso da quello a cui siamo ormai abituati. È da Abu Dhabi 2019 che non assistiamo a un Gran Premio con tribune stracolme… sembrano trascorsi decenni.

Ci troviamo ad “ammirare”, sugli schermi, autodromi malinconicamente deserti, privi di quel cuore pulsante che li rende vivi, magici: la passione dei tifosi. Vedere nuovamente sia Imola che Monza, anche nel calendario 2021, ci lascia tanto ottimismo.

Stiamo vivendo un periodo storico drammatico, in ogni sua sfumatura, ma dobbiamo aggrapparci alla speranza per credere in un domani migliore. Chiamatelo desiderio, sogno o ingenua illusione, ma la data del 12 settembre 2021 è già tatuata nei nostri pensieri, perché “Non si può descrivere la passione, la si può solo vivere”.

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Ferrari: un brand più forte della pandemia

A inizio febbraio, Ferrari S.p.A ha reso ufficiali i risultati economici del 2020: 9119 auto consegnate (nonostante la sospensione produttiva di 7 settimane), ricavi netti pari a 3,46 miliardi di euro e un utile netto di 609 milioni, indotto da un ultimo trimestre da record (263 milioni di euro di utile netto, +58% rispetto al 2019).

“I risultati della Ferrari sono stati eccezionali, dimostrano la forza del nostro modello di business e la nostra resilienza. Il 2020, con le sfide del Covid, ci ha permesso di imparare di più sulle nostre forze e debolezze” ha dichiarato il presidente John Elkann durante la conference call con gli analisti finanziari.

Al termine di un anno drammatico, che ha profondamente colpito l’intera popolazione mondiale, raggiungere tali risultati lascia senza parole: l’universo dell’Automotive ha subìto l’ondata del Covid come pochi altri, dovendo far fronte alla cosiddetta Crisi-Coronavirus, fenomeno senza precedenti che ha scaturito un blocco tanto sul fronte della produzione, quanto su quello della domanda; centinaia di milioni di famiglie in ogni angolo del mondo, contornate da situazioni precarie e incognite economiche, hanno dovuto accantonare la possibilità di investire in un’auto nuova.

Considerando Ferrari sia azienda automobilistica sia entità sportiva, cerchiamo di rivolgere l’attenzione anche sulle condizioni economiche di quest’altro settore: ciascun club, a prescindere da sport, nazione e campionato di appartenenza, sta lottando con ogni forza per cercare di limitare i danni di fronte a un periodo storico che ne ha prosciugato le possibilità e potenzialità. Il sistema calcio, ad esempio, è a rischio collasso: società di indiscutibile blasone e forza economica stanno accumulando centinaia di milioni di euro di debiti, oltre a, in numerosissimi casi, non aver tuttora pagato multiple mensilità di stipendi ai propri tesserati. Barcellona e Real Madrid, massimi colossi del calcio mondiale, stanno affrontando la crisi finanziaria peggiore della loro storia, con bilanci disastrati e perdite mai registrate prima; i due club collezionano complessivamente circa 2 miliardi di euro di debiti e il Real, nella fattispecie, ha fatturato, nel 2020, 200 milioni di euro in meno rispetto al 2019.

Ferrari, che realizza beni di lusso e che sa da sempre reinventarsi, trovando soluzioni alle crisi economiche che inevitabilmente incontra nel mare in cui naviga, ha saputo essere più forte della pandemia, grazie a un marchio semplicemente inscalfibile; secondo un recente report di Brand Finance, infatti, è per il secondo anno consecutivo il brand più forte al mondo, superiore a colossi come Coca Cola o Apple. Dando uno sguardo all’altra faccia della medaglia, però, è conseguentemente inspiegabile ed innegabilmente grave che la Scuderia non riesca ad imporsi in Formula 1. Dovremmo assistere, per la logica dei fatti, a un team dominante… siamo invece reduci da una stagione umiliante. La Ferrari deve tornare, senza alcun alibi, attenuante o giustificazione, a vincere in Formula 1, per l’azienda che può vantare di essere, per la storia leggendaria che la contraddistingue e per la passione dei tifosi che la venerano.

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Da Gilles a Schumi, sino a Sainz: la leggenda di Fiorano

Quando un pilota compie il proprio esordio, vestito di rosso, ondeggiando con la propria monoposto lungo le curve del circuito di Fiorano, è sempre una grande emozione. Si percepisce, a prescindere dal momento storico che sta vivendo la Scuderia, di assistere a un momento speciale. Il Mito del Cavallino, inciso nel corso dei decenni da artisti leggendari, continuerà ad essere scritto da un nuovo autore: la penna, prima appartenuta a Sebastian Vettel, è ora tra le mani di Carlos Sainz Jr.

È dal 1972 che il circuito di Fiorano bagna gli esordi dei piloti del Cavallino; fu Enzo Ferrari a ordinarne la progettazione e creazione, realizzando una pista, a pochi metri dalla fabbrica di Maranello, che avesse nel proprio layout curve e rettilinei che ricordassero tratti di circuiti del Mondiale di F1, come la curva “Tarzan” di Zandvoort, il “Salto di Brünnchen” del Nürburgring, la “Rascasse” di Montecarlo e la “Parabolica” di Monza. Enzo passava intere giornate a veder girare i propri piloti in pista, con occhi sognanti da bambino, cronometrando e annotando personalmente ciascun tempo sul giro.

Sono tanti i romantici aneddoti inerenti a questo luogo magico: Niki Lauda, l’anno d’esordio in Rosso nel 1974, ebbe il coraggio di urlare in faccia a Enzo Ferrari “questa macchina è una merda”, condannando la monoposto realizzata sino al suo arrivo e diventando poi, conseguentemente, l’artefice di una nuova era di trionfi iridati, grazie alla sua genialità progettuale, sviluppando insieme all’ingegner Forghieri macchine capolavoro. Altro protagonista delle curve di Fiorano fu l’inimitabile Gilles Villeneuve, che, per la propria guida tanto spericolata quanto spettacolare, usurava in un batter di ciglia le nuove componenti che avrebbe dovuto parsimoniosamente testare in pista, vanificando intere giornate di test. Michael Schumacher invece, indiscusso Re di Fiorano, di cui detiene il record del tempo sul giro, scelse sin dall’anno d’esordio, a fine 1995, di cambiare la forma di Curva 1, poiché troppo diversa da qualsiasi curva presente nel Mondiale. Michael trascorreva in pista decine di ore ogni giorno, presentandosi in pista sin dall’alba, curando maniacalmente ogni minimo particolare e compiendo migliaia di giri, persino in notturna, per affinare la propria sensibilità di guida.

Oggi, a 50 anni dalla nascita del circuito, è il turno di Leclerc e Sainz; Carlitos ha un obiettivo ben preciso: concretizzare l’aspirazione massima di diventare Campione del Mondo con la Ferrari, impresa solo sfiorata dal connazionale e idolo Fernando Alonso. Secondo le voci che giungono da Maranello, lo spagnolo sta vivendo un sogno ad occhi aperti, con grande emozione sta compiendo i propri primi passi nell’universo Ferrari, cercando di contribuire a dare una svolta ai risultati sportivi della Scuderia; con una dedizione al lavoro encomiabile, Sainz sta mettendo tutto se stesso per dare il proprio apporto, dedicando intere giornate a lavorare in sintonia con meccanici e ingegneri. Charles e Carlos sono pienamente consapevoli del momento sportivamente drammatico del Cavallino… la Ferrari e i suoi tifosi hanno bisogno di loro.

 

Foto: MotroBox.com

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Grazie Seb… Slanci, emozioni e bilanci di Vettel in Rosso

Un comunicato improvviso, per certi versi sconvolgente, questa mattina ha svegliato di soprassalto gli animi di milioni di appassionati da ogni angolo del mondo: Sebastian Vettel non sarà più un pilota della Ferrari. Una decisione sofferta e complessa, che si concede a svariati spunti di interpretazione.
Il pilota tedesco lascerà la Scuderia che ha amato sin da bambino, dopo straordinarie gioie e delusioni cocenti, attraverso 5 stagioni intensissime, nel bene e nel male usuranti, ricordando un’ulteriore ultima annata ancora da inaugurare e disputare.
Non doveva finire così…
Sembrava una storia perfetta, un matrimonio iniziato nel 2015 attraverso una trama romanzesca: Sebastian era cresciuto sognando di guidare, un giorno, quel Mito a quattro ruote all’epoca appartenuto al suo idolo e connazionale Michael Schumacher. Un decennio più tardi, divenuto pilota di Formula 1 e tetracampione del mondo, Sebastian aveva potuto finalmente concretizzare il proprio viscerale desiderio: vestirsi di rosso.
L’ambizione massima e unica di Seb era molto chiara: raggiungere l’immortalità sportiva vincendo il titolo iridato con la Ferrari.
Il quinquennio Vetteliano è stato dannatamente coinvolgente, per il popolo ferrarista, per la Scuderia e per Vettel stesso. Un lungo e tortuoso percorso caratterizzato da 3 stagioni di mediocrità di rendimento del mezzo (2015, 2016 e 2019) e 2 annate di rammarichi e rimorsi, per un Mondiale che poteva prendere la rotta verso Maranello e che invece ha drammaticamente intrapreso un percorso differente. Nel 2017 sono stati i problemi di affidabilità nella seconda parte di stagione a spegnere le speranze, ma nel 2018 è stato proprio Vettel a mancare, attraverso errori che tuttora non si perdona e non gli perdoniamo… la SF71H era una macchina da mondiale, punto.
Sebastian, pilota formidabile in gara e in qualifica, non ha saputo reggere la pressione del sedile più scottante al mondo, nei momenti che avrebbero potuto consacrarlo. Peccato, sarebbe stata l’apoteosi della sua carriera personale e della sua storia di vita.
Con l’arrivo di Leclerc in squadra i problemi non hanno potuto far altro che accentuarsi: il giovane monegasco ha inondato di nuove passioni ed entusiasmi il sentimento ferrarista; il baby fuoriclasse, ormai, si è preso il cuore dei Tifosi… quel cuore che prima era tutto per Sebastian.
Non credo che il mancato rinnovo sia per motivi economici e contrattuali, semplicemente Vettel e la Ferrari non hanno più il desiderio e la forza di lottare insieme. Non so se Sebastian vorrà continuare a guidare in Formula 1, ha qualità straordinarie, con la macchina giusta potrebbe tornare a dominare, ma uno sportivo nella propria carriera ha 2 aspirazioni: gloria e amore; dopo i 4 mondiali in Red Bull e il fiume di affetto ricevuto in Ferrari credo sia bello, sensato e per certi versi toccante finirla qui. Noi, Gente della Ferrari, a Sebastian abbiamo voluto bene davvero, perché a prescindere da vittorie, sconfitte, sorpassi ed errori, è stato, è e sempre sarà un Tifoso ferrarista, UNO DI NOI.

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Alonso e Raikkonen, il doppio, romanzesco, addio a F1 e Ferrari

Fernando, uno dei piloti più esaltanti di tutti i tempi e Kimi, uno tra i più amati di sempre, lasciano rispettivamente la Formula 1 e la Ferrari. Due personalità, per certi versi opposte, che hanno scritto alcune tra le pagine più importanti del Motorsport e tra le più emozionanti del Mito ferrarista: termina, malinconicamente, un capitolo della vita di ogni appassionato.

Fernando Alonso dice addio alla Formula 1 dopo 17 stagioni, 32 vittorie e 2 titoli mondiali; un campione unico, esaltante come pochi, capace di sorpassi mozzafiato e rimonte impronosticabili, tra i più grandi di tutti i tempi per talento e temperamento. Fernando deve essere ricordato per il numero di emozioni che ha saputo scaturire più per le statistiche che lo riguardano: è diventato un simbolo della Spagna e un idolo dell’Italia ferrarista nei suoi anni in Rosso, sfoggiando il proprio sconfinato carisma in pista e fuori. La vita in Formula 1 di Alonso, però, è ricca di dissapori e rimpianti brucianti: l’incapacità decisionale di Fernando l’ha portato a rifiutare sedili presto dominanti (Red Bull prima dell’era Vetteliana) o accettare offerte rivelatesi posteriormente umilianti (le ultime 4 stagioni in McLaren), il tutto condito dalla straordinaria e al tempo stesso struggente esperienza in Rosso. Uno dei più grandi rammarici della storia della Ferrari, appunto, consiste nel non aver reso vincente il binomio col pilota spagnolo, nonostante gare indimenticabili, due titoli mondiali persi all’ultima gara e uno sconfinato amore reciproco… Questa è la vera, grande macchia sulla carriera del fuoriclasse asturiano.

Rimpianto che non tocca Kimi-Matias Raikkonen, trionfatore col Cavallino nel 2007, che lascia la Scuderia di Maranello dopo 8 anni e innumerevoli ricordi. Kimi è stato e continuerà ad essere un personaggio unico al mondo, antidivo per eccellenza, asettico solo in apparenza, enigmaticamente ermetico, geniale ed esilarante nelle rare dichiarazioni alla stampa e attraverso i team radio. Per questo e molto altro ancora, Raikkonen è il pilota in attività con più tifosi al mondo, uomo e pilota impossibile da odiare, un grande uomo diventato leggenda. Kimi, a 39 anni, contribuirà alla crescita del nuovo team Sauber Alfa Romeo, mantenendo quindi il legame con il nostro Paese e con la grande famiglia Ferrari.

Si chiude un capitolo indimenticabile nella storia della Formula 1: non vedremo più Alonso lottare in pista come un leone e Kimi Raikkonen guidare una macchina rossa; nostalgia e malinconia fanno riaffiorare sconfinati ricordi nella mente di ciascuno di noi; Kimi e Fernando ci lasciano, ma bisogna guardare avanti, perché “i piloti passano, la Ferrari resta”.