Dal Sichuan a Chongqing, di quiete in vertigine
Fin dai primi istanti, varcata la soglia dell’aeroporto di Chengdu, si comprende come la Cina abbia scelto di misurare la propria civiltà sulla capacità di anticipare ogni imprevisto: una sicurezza totale, capillare, che se dapprima infastidisce per la sua meticolosità, restituisce ben presto un dono raro e prezioso, quello di camminare per le città senza mai sentire il bisogno di monitorare il portafoglio o il telefono verificandone il possesso o senza mai incrociare un balordo o un malintenzionato, avvolti da una quiete sociale che in Occidente abbiamo da tempo smesso di conoscere. Un Paese che sembra vivere avanti anni luce, per la velocità chirurgica con cui una power bank ordinata online raggiunge in meno di venti minuti il futuro proprietario; per i lavandini in miniatura riservati ai bambini nei bagni pubblici; per le postazioni Lego accanto ai camerini dei negozi, così che i più piccoli non si annoino durante gli acquisti dei genitori; per i notiziari televisivi realizzati con i cartoni animati, affinché le famiglie possano informarsi senza esporre i figli alla violenza delle immagini, e per i navigatori satellitari che sui cellulari scandiscono, secondo dopo secondo, il countdown dei semafori.

Chengdu, capitale del Sichuan, ci accoglie con l’atmosfera rilassata di una città che ha fatto del passeggio una forma d’arte, tra le vie acciottolate di Kuanzhai Xiangzi, i “vicoli larghi e stretti” dove l’architettura antica dialoga con i caffè alla moda, i cuccioli di panda gigante che si arrampicano indolenti tra i bambù della prima base di ricerca al mondo, e il Parco del Popolo, dove gli anziani si sfidano a mahjong con la stessa concentrazione con cui altrove si discute di finanza. Da Chengdu raggiungiamo Guilin, dove i celebri picchi carsici incorniciano la navigazione sul fiume Li: gli stessi profili montuosi raffigurati sulla banconota da venti yuan scivolano ai lati della nostra imbarcazione mentre pescatori tradizionali e villaggi rurali punteggiano le sponde di un paesaggio mozzafiato che sembra vivere fuori dal tempo, prima che l’approdo a Yangshuo, con la sua vivace West Street, restituisca un’immagine più contemporanea e disinvolta della Cina rurale.

Poco lontano, sulle alture di Longsheng, le terrazze di riso di Longji, che i locali chiamano con orgoglio “la spina dorsale del drago”, disegnano da oltre settecento anni le montagne come immense onde verdi, testimonianza dell’ingegno delle minoranze etniche che le scolpirono a mano.

Il treno veloce ci conduce a Chongqing, la città verticale degli influencer, costruita su più livelli tra le colline e la confluenza di due grandi fiumi, dove la metropolitana di Liziba attraversa un edificio residenziale, il cuore commerciale di Jiefangbei pulsa di neon e grattacieli in perfetto stile newyorkese, e il quartiere illuminato di Hongyadong si accende al tramonto in un colpo d’occhio di raro impatto visivo, contemplato da un’indimenticabile crociera sul fiume. Pochi dati bastano a restituire la vertigine di questa metropoli da oltre trenta milioni di abitanti, più popolosa di Pechino e Shanghai messe insieme: qui, viene assemblato il 97% dei computer portatili del pianeta, parte un treno merci diretto fino a Düsseldorf, viene realizzato il motor show più grande del mondo e si producono, tra gli altri marchi, Iveco, Piaggio e Aprilia, a conferma di un ruolo di primissimo piano nella tecnologia manifatturiera globale.

Il tetto del mondo violato
Congediamo Chongqing per proiettarci nella seconda metà del viaggio, raggiungendo il Tibet, dove il racconto muta radicalmente di registro, consegnandoci una lettura più stratificata, complessa, per certi versi dolorosa. Raggiunta la valle dello Yarlung, culla della civiltà tibetana, trascorriamo a Tsedang le prime ore necessarie all’adattamento a un’altitudine che supera i 3.400 metri, prima di risalire fino a Lhasa, che sorge a 3.650 metri di quota. In un territorio dove i ritmi si fanno necessariamente più lenti, i sorsi d’acqua diventano compagni indispensabili e il minimo sforzo fisico va dosato con prudenza. È qui che il cambiamento climatico, ancora più evidente che altrove, si manifesta con un’urgenza profetica: frutta e verdura, che gli anziani del luogo non avevano mai visto crescere spontaneamente in natura, fanno oggi la loro comparsa sugli altipiani, e l’assenza del freddo, che un tempo scandiva ogni stagione, è vista come un presagio carico di timore per il futuro. Il cielo, sopra queste altitudini, cambia umore in pochi istanti, alternando squarci di un blu assoluto a nuvole grigie che scaricano acquazzoni brevi e violenti, dissolti nel giro di pochi minuti come se la natura stessa fosse impaziente di mostrare tutti i suoi volti in una sola giornata.
Tuttavia, uno dei temi primari che scandiscono la nostra esperienza tibetana è il paesaggio violato: tralicci, pali e cavi ad alta tensione si moltiplicano ovunque, anche ai valichi oltre i 5 mila metri. I panorami, tra i più belli che abbia mai ammirato, vengono trafitti da una costruzione incontrollata, priva di qualunque valutazione d’impatto ambientale.

Lungo la strada per Shigatse, le acque turchesi del lago sacro Yamdrok e i ghiacciai del passo di Karola, attorniati da innumerevoli yak al pascolo, restano tra le immagini più spettacolari dell’intero viaggio, sebbene tra le bandiere di preghiera tibetane, si insinuino gli stessi cavi e tralicci, come se nessun luogo, per quanto remoto o sacro, possa sottrarsi alla logica dell’infrastruttura. Le principali città tibetane sono cosparse di altissimi casermoni residenziali che cozzano visceralmente con l’anima del territorio; strade, autostrade e cavalcavia di ultimissima generazione sono moltiplicati, in quello che è difficile non leggere come un contentino imponente, quasi risarcitorio, offerto a un popolo lacerato dalla conquista militare del 1959. In compenso non vi è un bagno che non sia un’autentica latrina in stile medievale, con odori che non mi dilungo a descrivere per evitare brusche cadute di stile. Ovunque, nelle città, lungo le vie e persino sulle autostrade, sventolano bandiere cinesi che sottolineano stucchevolmente un possesso, quello del Tibet, che nelle altre città della Cina propriamente detta non ha mai bisogno di essere rivendicato con altrettanta insistenza.

Eppure, dietro questa scenografia di cemento e propaganda, l’autenticità della bellezza tibetana resiste e si cela, intatta, in ogni quartiere e monastero che ha conservato la propria anima: nei vicoli attorno al Barkhor, il circuito di pellegrinaggio che avvolge il Tempio del Jokhang, il più sacro del Tibet, dove ruote di preghiera, incenso e devoti restituiscono un tripudio di colori e profumi che nessuna infrastruttura può contaminare; nel maestoso Palazzo del Potala, antica residenza del Dalai Lama, patrimonio UNESCO con le sue migliaia di stanze, cappelle e reliquie; nel tranquillo Norbulingka, il “giardino delle gemme” che fu residenza estiva dei Dalai Lama; nei monasteri di Drepung, un tempo il più grande del mondo, e di Sera, celebre per i vivaci e suggestivi dibattiti filosofici tra i monaci, di Pabonka, culla della scrittura tibetana; nel Monastero di Samye, il più antico del Tibet, fondato nell’ottavo secolo nella valle dello Yarlung; nel Palazzo di Yumbulagang, primo palazzo reale tibetano, arroccato su una collina panoramica; nel Monastero di Tashilhunpo a Shigatse, sede storica del Panchen Lama; e persino nel piccolo, silenzioso monastero femminile dell’Ani Tsankhung Nunnery, custode discreta di una devozione che il tempo non ha scalfito. È una bellezza che va cercata attivamente, imparando a espellere dal proprio sguardo le architetture che la assediano, ed è forse proprio in questo sforzo percettivo che si misura la profondità autentica dell’esperienza tibetana; eppure anche in quello sforzo si annida un ultimo segno inequivocabile, perché lungo i pendii delle montagne che circondano le città campeggiano ancora oggi slogan che inneggiano a Mao e alla grandezza della Cina, dipinti sulla roccia come manifesti permanenti di un potere che non ha bisogno di spiegarsi.

Bellezza che sconfigge il tempo
Non si può raccontare questo paesaggio senza restituire, con onestà, la stratificazione storica che lo ha reso tale: l’esercito della Repubblica Popolare Cinese entrò in Tibet nel 1950, e nel 1959 represse la rivolta di Lhasa, costringendo il Dalai Lama alla fuga verso l’India nella notte del 17 marzo, dopo che due colpi di mortaio erano caduti nei pressi del Norbulingka, dove risiedeva; degli oltre 6.259 monasteri e luoghi religiosi censiti nell’area del “Grande Tibet” prima dell’invasione, più di 6.000 furono distrutti negli anni della repressione e della Rivoluzione culturale, quando la pratica religiosa venne messa completamente al bando, per essere poi riaperta solo in parte irrisoria; il governo tibetano in esilio stima, pur senza una verifica indipendente da parte della Commissione internazionale dei giuristi, che circa 1,2 milioni di tibetani siano morti come conseguenza dell’invasione, delle carestie, delle carcerazioni e dei lavori forzati; nel 2006, al passo di Nangpa La, la polizia armata cinese aprì il fuoco su una colonna di circa settanta tibetani che tentava di raggiungere il Nepal; dal 2009 sono state documentate 159 autoimmolazioni in Tibet e in Cina, 127 delle quali mortali, 25 compiute da monaci e 2 da monache. Piazze, monasteri, luoghi di culto e spazi pubblici restano tutt’oggi sottoposti a una sorveglianza accuratissima, disseminati di metal detector. Il Dalai Lama, insignito nel 1989 del Premio Nobel per la Pace per il suo instancabile impegno a favore di una soluzione non violenta, ha compiuto novantuno anni nel luglio del 2026, e proprio nell’estate del 2025 ha dichiarato che l’istituzione del Dalai Lama proseguirà oltre di lui, affidando al Gaden Phodrang Trust, e a nessun altro, l’autorità di riconoscerne la futura reincarnazione, in aperta contrapposizione con Pechino, che rivendica invece un proprio ruolo in quel riconoscimento. Una questione che, lungi dall’essere confinata alla sfera spirituale, si è ormai trasformata nel nodo politico più delicato del futuro tibetano.
Sulla via del ritorno, il tetto del mondo ci congeda con una verità difficile da dimenticare: abbiamo attraversato due Paesi che, in fondo, sono uno solo, diviso in se stesso. Una Cina capace di proiettarsi nel futuro con un’efficienza vertiginosa e un Tibet che, sotto strati di cemento, continua a custodire ciò che il tempo non è riuscito, del tutto, a cancellare. È qui che si trova il senso più profondo di questo viaggio: capire che la bellezza più pura non nasce oggi per essere ostentata al mondo, ma è quella che il mondo, attraverso i millenni, non è ancora riuscito a distruggere.
L’articolo è stato realizzato in esclusiva per “L’Eco di Bergamo – Eppen”. Clicca qui per leggere l’articolo
